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PUN sopra quota 170 €/MWh: analisi di una disfatta

I prezzi dell’elettricità in Italia non solo sono in aumento, ma sembrano destinati a rimanere molto più alti che in altri Paesi. Si tratta di una mancanza di una strategia complessiva e di una sostanziale incomprensione dei trend in corso, a livello nazionale e globale. Lo spiegano analisi dell’Agenzia europea dell’ambiente, dell’Agenzia internazionale dell’energia, di Pexapark e di Axpo.
Immagine: Ivan.Petrović.Poljak.001, Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Sono tre giorni che il PUN ha superato quota 170 €/MWh: 172,56 lunedì, 177,30 martedì e 170,21 oggi. Secondo i dati GME, non si raggiungevano questi livelli da febbraio 2025. Questo sta succedendo in un momento in cui i mercati energetici stanno cambiando, trovando nuovi equilibri che ora vertono su una manciata di Paesi, tra cui Canada, Stati Uniti, Paesi del Golfo e Kazakistan.

Così facendo, il divario con altri Paesi continuerà ad aumentare, traducendosi in uno svantaggio competitivo sempre più difficile da colmare, a meno di innovazione e investimenti in ricerca e sviluppo, altri temi su cui molte imprese italiane non tengono il passo con concorrenti di altre geografie. Possibile, quindi, anche un’ulteriore pressione verso la deindustrializzazione italiana nei prossimi mesi e anni.

Le settimane scorse

Gli aumenti dei prezzi sono in linea con il trend degli ultimi mesi. Settimana scorsa, per esempio, nonostante un calo della domanda di elettricità del 10%, l’Italia ha raggiunto una media di 161,23 €/MWh. Il secondo mercato più caro era quello britannico a 131,47 €/MWh .

Ma non è solo una questione delle ultime settimane. Le analisi di AleaSoft Energy Forecasting dimostrano che il mercato italiano è costantemente il più caro tra quelli dei principali Paesi europei. Il confronto con la Spagna, Paese che fino a qualche anno fa aveva prezzi praticamente uguali a quelli italiani, è impietoso.

“All’inizio del 2026, i consumatori spagnoli hanno pagato circa un terzo di quanto hanno pagato quelli italiani per l’energia elettrica all’ingrosso. Il gas spiega gran parte di questo divario”, ha scritto di recente l’Agenzia europea dell’ambiente (European Environment Agency).

Nel mentre, nonostante questo vantaggio competitivo, la Spagna è molto più attiva dell’Italia in campo energetico, intervenendo per diminuire ulteriormente i prezzi.

Il governo di Pedro Sanchez ha sospeso per la prima volta l’imposta sulla produzione IVPEE nel marzo 2026, nell’ambito di un pacchetto di misure di emergenza adottato in risposta alle ripercussioni del conflitto in Medio Oriente e ai conseguenti timori di un aumento dei prezzi del gas e dell’elettricità.

“La misura temporanea ha immediatamente pesato sui contratti a termine a breve termine dell’energia elettrica spagnola, con il contratto Cal-27 che ha registrato un calo di quasi 2 EUR/MWh, mentre i contratti a più lunga scadenza hanno reagito solo in misura modesta. Ai sensi del Regio Decreto-Legge 18/2026, approvato alla fine di giugno 2026, l’onere fiscale effettivo sarà dimezzato dal 7% al 3,5% nel 2027, per poi essere completamente eliminato a partire da gennaio 2028”, ricorda Pexapark in una nota pubblicata oggi.

Sebbene l’eliminazione graduale sia strutturalmente positiva per i produttori in quanto riduce i costi di produzione, è improbabile che incida in modo significativo sui prezzi dei PPA a lungo termine. Gli operatori di mercato avevano ampiamente anticipato la misura dopo che il Governo aveva sospeso l’imposta all’inizio di quest’anno, il che significa che la sua abolizione era già stata in gran parte scontata nei prezzi a termine e nelle valutazioni dei PPA prima che la normativa fosse finalizzata.

Anche il Governo italiano cerca di essere attivo, ma le proposte chiaramente non sortiscono grandi effetti.

Gas e petrolio

I mercati dell’energia elettrica fissano un unico prezzo per tutti, basato sulla centrale più costosa necessaria a soddisfare la domanda in quel momento. Quando tale centrale utilizza gas, il prezzo del gas determina il prezzo di tutta l’energia elettrica, compresa quella eolica e solare generata quasi senza costi.

“In Italia, le centrali a gas hanno ricoperto tale ruolo nel 66% delle ore, dove il prezzo medio ha raggiunto i 127 euro/MWh. In Spagna, le fonti a basse emissioni di carbonio hanno fornito il 79% dell’elettricità, il gas ha determinato il prezzo solo nel 9% delle ore e la media è scesa a 43 euro/MWh. I consumatori spagnoli sono stati molto meno esposti alle fluttuazioni dei prezzi del gas”, ha scritto l’agenzia dell’Unione europea.

L’agenzia con sede a Copenaghen ribadisce che lo sviluppo delle energie rinnovabili riduce l’esposizione ai prezzi del gas. “Le reti, i mix energetici e le risorse di flessibilità a basse emissioni di carbonio (compreso lo stoccaggio) spiegano ulteriormente la variazione dei benefici tra i vari Paesi.”

AIE: mercati gas e petrolio in riassestamento

L’Agenzia internazionale dell’energia (International Energy Agency) ha detto che l’escalation delle ostilità che interessano lo Stretto di Hormuz e le infrastrutture energetiche della regione accresce i timori per la sicurezza dell’approvvigionamento e l’incertezza sulle prospettive di mercato.

“Le minacce allo Stretto di Bab el-Mandeb, che ha assunto un’importanza crescente come rotta alternativa allo Stretto di Hormuz, aggravano ulteriormente tali preoccupazioni”, ha scritto oggi.

Per il momento, però, i mercati del petrolio greggio continuano a beneficiare di diversi fattori di stabilizzazione, per lo più l’aumento della produzione dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. La produzione è aumentata anche negli Stati Uniti, in Brasile, in Venezuela e in Kazakistan.

Simile la situazione sui mercati gas, che registrano chiare difficoltà, ma che creano maggiori spazi per produttori come Canada e Stati Uniti.

La situazione sembra quindi sotto controllo, almeno parzialmente. Ma le prospettive di lungo periodo non rimangono rosee.

“Nei mercati del gas naturale, l’aumento dei flussi di GNL provenienti da altri mercati, in particolare dagli Stati Uniti e dal Canada, ha compensato circa il 70% delle forniture perse attraverso lo Stretto di Hormuz, ma ulteriori ritardi nella ripresa delle esportazioni dal Golfo rischiano di mantenere i mercati in una situazione di tensione più a lungo”.

Questo mentre le aziende italiane che beneficiano dalla situazione sono le solite note. Oggi Eni ha iniziato a produrre elettricità per uso industriale da una centrale a gas da 120 MW in Kazakistan. Settimana scorsa, Eni ha ampliato la propria presenza nel settore dell’esplorazione in Africa grazie a scoperte in Costa d’Avorio e in Angola. Sempre oggi Saipem si è aggiudicata un nuovo contratto di perforazione offshore da Eni Côte d’Ivoire Limited per un valore di circa 260 milioni di dollari.

Ondate di calore e tendenze inflazionistiche

Le tensioni sul mercato elettrico italiano potrebbero intensificarsi anche in funzione delle ondate di calore in tutta Europa. Ne parla per esempio Andy Sommer, team leader fundamental analysis, modelling & meteorology presso Axpo.

“Si prevede che luglio rimanga più secco e più caldo del normale nell’Europa continentale, il che fa presagire un ulteriore deterioramento della situazione idrologica alpina, con i fiumi caldi che rischiano di causare ulteriori riduzioni della produzione nucleare. Di conseguenza, i prezzi spot dovrebbero rimanere elevati, mentre il prezzo nordico dovrebbe scendere grazie alla maggiore disponibilità di energia nucleare e al ritorno a temperature normali. Ciò che è più certo è che, al ritmo attuale, l’Europa farà fatica ad affrontare l’inverno con un livello di stoccaggio superiore al 73%, il più basso da almeno quindici anni. La nostra attenzione si concentra quindi sul ritmo e sulla sicurezza del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, sull’intensità della concorrenza asiatica per il GNL durante la stagione di ricarica e sul caldo di luglio”, ha scritto Sommer settimana scorsa.

L’aumento dei prezzi dell’energia causa anche un aumento delle tendenze inflazionistiche, che poi richiedono spesso l’intervento delle banche centrali. Di recente, per esempio, la BCE ha risposto con il suo primo aumento dei tassi dal 2023, innalzando la proiezione dell’inflazione della banca per il 2026 e ridimensionando al contempo le previsioni di crescita.

L’aumento dei tassi d’interesse ha a sua volta delle conseguenze sui progetti di energia rinnovabile, che diventano automaticamente più costosi. Un rallentamento degli investimenti è quindi possibile, anche se i progetti già operativi trarranno vantaggio dalla situazione, aumentando i margini degli operatori e, quindi, rendendo più verosimile la decisione finale di investimento.

E per concludere, un’ultima riflessione. La transizione energetica italiana adesso si gioca sui mercati. Come già detto diverse volte, i prezzi dell’elettricità sono la motivazione principale che porta diversi investitori stranieri, soprattutto spagnoli e tedeschi, ad aumentare gli investimenti in rinnovabili nel Bel Paese. Unico problema: si parla di vantaggi per pochi, in un momento in cui gli svantaggi per la popolazione sono sempre più evidenti.

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