Fotovoltaico e accumuli nelle PMI, Confapi: “serve una stretegia strutturale”

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Tra le piccole e medie imprese (PMI) italiane, il 38,6% ha investito in illuminazione efficiente, il 33,8% in fotovoltaico e il 21,5% in pompe di calore. Tuttavia, quasi una PMI su quattro non ha effettuato alcun intervento negli ultimi tre anni. Sono alcuni dei risultati emersi dall’indagine Confapi sui consumi energetici delle PMI, che fotografa “un sistema produttivo diffuso, vulnerabile e ancora privo di strumenti adeguati di tutela”.

Secondo la confederazione, il costo dell’energia continua a comprimere margini, frenare investimenti e indebolire la competitività delle PMI industriali italiane, in un contesto internazionale segnato da forti tensioni geopolitiche e crescente instabilità dei mercati energetici.

Dall’indagine emerge anche un ritardo sugli strumenti “più evoluti”: l’11% partecipa a comunità energetiche rinnovabili (CER), circa il 70% non conosce o non utilizza i power purchase agreement (PPA). Tra le principali criticità segnalate dalle imprese rientrano un0eccessiva complessità burocratica e autorizzativa, la difficoltà di accesso agli incentivi, carenza di informazione e accompagnamento tecnico e l’assenza di strumenti finanziari adeguati alle PMI.

Per quanto riguarda l’utilizzo delle misure pubbliche, quasi il 40% delle imprese che hanno investito non ha beneficiato di alcun incentivo. Tra gli strumenti più utilizzati figurano il piano Industria 4.0 (16,9%), Transizione 5.0 (12,3%) e il Conto energia per il fotovoltaico (10,9%).

In base ai risultati emersi, Confapi ha elaborato una serie di priorità per una “strategia strutturale”. Nel breve periodo, la confederazione chiede il contenimento dei costi energetici anche per le PMI non energivore e la semplificazione delle procedure autorizzative. Nel medio periodo, ritene necessari incentivi “realmente accessibili”, rafforzamento dell’assistenza tecnica e strumenti finanziari mirati. Nel lungo periodo, serve una “reale integrazione tra politica energetica e industriale, lo sviluppo di modelli territoriali e il rafforzamento dell’autonomia energetica nazionale”.

Il campione analizzato è composto per oltre l’84% da imprese con meno di 50 addetti e per più dell’80% da realtà con fatturato inferiore ai 10 milioni di euro. Si tratta di aziende non energivore ma fortemente esposte alla volatilità dei prezzi energetici.

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