Fondi tagliati alle CER, la reazione di esperti e Regioni: segnale preoccupante, soprattutto per i developer

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Il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase), in collaborazione con Presidenza del Consiglio dei ministri e Ministero dell’Economia e delle Finanze, ha annunciato la sesta revisione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), riportando che è stata già valutata positivamente dalla Commissione europea e attualmente in fase di approvazione da parte del Consiglio dell’Unione europea.

Con riferimento alla misura dedicata alle Comunità energetiche rinnovabili (CER), la dotazione finanziaria, ad esito della riprogrammazione, risulta ora pari a 795,5 milioni di euro.

“Le richieste presentate e non ancora esitate saranno oggetto di istruttoria tecnica e amministrativa; solo all’esito positivo della procedura di valutazione e dell’ammissione a finanziamento sono stipulati gli atti d’obbligo con i beneficiari. La somma degli importi delle concessioni costituirà il target da conseguire entro il 30 giugno 2026 nell’ambito del PNRR. I progetti che risulteranno valutati positivamente all’esito dell’istruttoria, ma che non potranno essere ammessi a finanziamento per effetto del superamento della dotazione finanziaria aggiornata della misura, saranno comunque considerati idonei ai fini di eventuali scorrimenti anche in relazione a successive ed eventuali integrazioni finanziarie della misura rispetto alla dotazione oggi disponibile”, ha scritto il Mase.

Il presidente del GSE Paolo Arrigoni ha spiegato che, le risorse richieste alle 12 del 21 novembre 2025, ammontano a 778 milioni di euro per una potenza degli impianti oggetto degli interventi per i quali è stato richiesto il contributo di 1.778 MW. In precedenza, fino a settimana scorsa, la dotazione era di 2,2 miliardi.

“La mailstone di questa linea di investimento, M2C2 – investimento 1.2, è di 1730 MW ed è dunque stata raggiunta e superata”, ha scritto Arrigoni su LinkedIn.

Il post ha attratto diversi commenti, per lo più critici della posizione del GSE e del Mase. pv magazine Italia ha sentito diversi esperti nel fine settimana; ha anche chiesto chiarificazioni al GSE che ha suggertio di contattare direttamente il Mase.

Operatori ed esperti: taglia le gambe agli investitori che hanno già lavorato ai progetti

“La comunicazione del Mase di drastica riduzione dei fondi a disposizione è stata come un fulmine a ciel sereno: non possiamo più garantire ai clienti la disponibilità dei fondi fino al termine non solo dell’istruttoria del GSE (che spessissimo sfora i 90 giorni promessi) ma anche della delibera del Ministero, che non ha tempi certi ma comunque superiori al mese. Si metta nei panni di chi vuole realizzare un impianto e presenta la domanda oggi, magari per un impianto di dimensioni tali da dover comunque comportare una spesa ingente. Anche se rientrasse nel contributo, dovrebbe attendere minimo 4 mesi, e poi realizzare l’impianto in tempi record per poter dichiarare la fine lavori entro il 30 giugno 2026 come richiesto dalla norma. Molto probabilmente questa incertezza finirà per impedire l’investimento”, ha detto a pv magazine Italia Francesco Caponeri, avvocato dello Studio Legale Duranti & Associati.

L’avvocato spiega che il sistema, come era pensato, dava una relativa certezza ai soggetti investitori, in quanto qualora la pratica fosse stata redatta correttamente e inserita entro il termine, i fondi ci sarebbero stati.

“Io e i miei colleghi eravamo in procinto di presentare domande per circa 8 MW di impianti in quest’ultima settimana. Non so se arriveremo a 3 MW a questo punto.Per altri clienti di dimensioni ridotte abbiamo adottato l’approccio di inserire la pratica il prima possibile, lavorandoci sopra per tutto il fine settimana”, ha detto Caponeri.

Secondo l’avvocato, molti impianti ci siamo ridotti a presentare la domanda solo adesso a causa dei “tempi biblici dei distributori nell’emettere i preventivi di connessione (60 giorni lavorativi dichiarati, spesso sforati). Il lavoro su molti progetti è iniziato tra luglio e agosto dopo l’ampliamento della platea, quindi capirà da solo che dovendo aspettare 3-4 mesi tra preventivo di connessione e PAS i tempi da parte degli operatori erano già molto compressi”.

Simile la posizione delle associazioni di categoria.

“Molti team tecnici, noi inclusi, hanno lavorato senza sosta per inviare tutte le pratiche residue entro poche ore, come se la nave stesse affondando. Lo sportello è diventato di fatto un click-day retroattivo, perché tutte le domande già caricate e non ancora inviate sono state spinte a partire immediatamente per non rischiare di rimanere fuori. I progetti “in coda” potranno essere costruiti, ma senza contributo PNRR.
La tariffa CER resta, ma il 40% a fondo perduto per molti è già evaporato”, ha detto a pv magazine Italia Salvatore Midili, AD di Energyhub e referente regionale di Italia Solare per la Sicilia.

E ora?

Secondo Caponeri, le CER di per sé sono impattate solo in parte da questa decisione, al limite perderanno una componente di energia immessa che si aspettavano di poter porre in condivisione e che non arriverà perché l’impianto che avrebbe dovuto condividerla non verrà realizzato.

“Il quadro normativo per le CER resta a mio parere favorevole, anche sulla base degli sviluppi annunciati in termini di condivisione effettiva. Il danno invece è per chi progettava di realizzare questi impianti. L’alternativa che si pone è tra dare comunque il via a progetti con un business plan evidentemente stravolto, oppure porre i progetti in standby ed attendere nuovi finanziamenti e contributi che però potrebbero non arrivare mai. Le economics delle rinnovabili, in particolare del fotovoltaico, certamente restano attraenti, ma ci si può aspettare una certa “delusione” dagli operatori che porterà quantomeno al ridimensionamento di alcuni progetti”, ha detto Caponeri.

Il problema, rileva Midili di Italia Solare, è che così facendo il governo erode la fiducia degli investitori. Soprattutto perché, solo pochi mesi, il Governo fa ha ampliato la platea dei beneficiari da Comuni fino a 5.000 abitanti a Comuni fino a 50.000 abitanti, giustificando la scelta con la volontà politica di accelerare una crescita più sostenuta delle CER, aprendo quindi l’accesso a centinaia di nuovi territori, migliaia di nuove aggregazioni e decine di migliaia di potenziali soci.

“Gli operatori, recependo l’indirizzo politico, si sono attivati: incontri pubblici, progettazioni, studi di fattibilità, sopralluoghi, accordi con i Comuni, business plan, configurazioni tecniche. Ed è proprio nel momento in cui il settore stava davvero decollando, come richiesto dal Governo, che arriva la decisione più sorprendente: la dotazione di 2,2 miliardi viene tagliata a 795 milioni, a sportello ancora aperto. È un’incoerenza evidente: si amplia enormemente la platea e solo dopo si riducono drasticamente le risorse. Lo Stato crea aspettative, mobilita migliaia di enti locali e imprese e poi toglie le basi economiche su cui tutti stavano lavorando. È esattamente ciò che mina la fiducia degli operatori. E mette l’Italia in una posizione imbarazzante rispetto agli standard di pianificazione attesi da un grande Paese europeo”, ha detto Midili.

Progetti non più bancabili?

Midili sostiene che le conseguenze per le società che hanno lavorato sulle CER sono molto pesanti, sopratutto perché molti operatori, confidando nei fondi PNRR sicuri, avevano impostato progetti ambiziosi e tecnicamente maturi. Con il taglio improvviso dei fondi a bando ancora aperto, una parte significativa di questi progetti rischia oggi di non essere più bancabile.

“Per il sistema creditizio, infatti, né il RID né la tariffa CER rappresentano garanzie sufficienti: la tariffa dipende dal numero di aderenti effettivi alla comunità e il RID non è percepito come entrata stabile. Per molte banche, il contributo PNRR era l’elemento che permetteva di finanziare i progetti con tranquillità. Venuto meno questo pilastro, l’incertezza è massima. Le alternative esistono — leasing, ESCo, PPA locali — ma non compensano la perdita del 40% a fondo perduto, soprattutto per i progetti pubblici e per le configurazioni più articolate”, ha detto Midili.

Cosa possono fare allora gli operatori? Questa rimane la domanda.

“L’unica strada sensata è fare fronte comune e chiedere al Governo un chiarimento immediato: garantire che tutti i progetti presentati e dichiarati idonei entro il 30 novembre possano accedere ai fondi secondo la dotazione originaria. Solo questa garanzia può evitare il blocco del settore e preservare la credibilità della transizione energetica italiana”, ha detto Midili.

Caponeri richiede un atto normativo per fare chiarezza.

“Sulla sorte dei progetti presentati dopo la comunicazione del Mase rilevo che anche in seguito alla rimodulazione rimanevano sicuramente scoperti circa 20 milioni di euro a copertura delle domande successive. Per la sorte delle domande eccedenti questi 20 milioni di euro non posso dare una risposta finché un atto normativo (e sicuramente non un comunicato stampa, né un post su LinkedIn da parte del Presidente del GSE) non fornirà chiarezza”, ha detto Caponeri.

La Regione Umbria manifesta preoccupazione

“Le Comunità Energetiche Rinnovabili rappresentano un pilastro fondamentale della politica energetica della Regione Umbria. Come Giunta manifestiamo grande preoccupazione per la riduzione delle risorse del PNRR destinate al finanziamento delle CER nei comuni con meno di 50mila abitanti: un taglio retroattivo di 23 milioni, unito alla mancata concessione di una proroga attesa e considerata del tutto naturale”, ha commentato l’assessore all’Ambiente e all’energia della Regione Umbria, Thomas De Luca.

L’Agenzia umbra notizie, agenzia di informazione della giunta regionale dell’Umbria, aggiunge che la riduzione delle risorse del PNRR per le CER non è l’unica modifica che potenzialmente potrebbe rallentare la transizione energetica regionale.

“A questa preoccupazione si aggiungono i contenuti del nuovo Decreto Transizione 5.0, entrato in vigore oggi, che alla lettera m) comma 3, dell’art. 3, relativo alle “Aree idonee su terraferma”, impedisce alle Regioni di individuare aree idonee entro 500 metri dai beni tutelati dal Dlgs 42/2004. Una norma che, de facto, cancella la grande innovazione introdotta dalla Legge Energia regionale sulle CER, che garantisce la qualifica di area idonea a ogni progetto destinato alle comunità energetiche e finalizzato ai loro fabbisogni”.

La Regione, conclude De Luca, si impegnerà a fare tutto il possibile per compensare i tagli decisi dal Governo, a partire dalla riprogrammazione dei fondi europei “e da un’attenta valutazione delle opportunità offerte dalla Mid Term Review sugli interconnettori energetici, attualmente in fase di analisi”.

La Regione Umbria è stata poi seguita da altre Regioni.

Background: la storia

La pubblicazione del Mase di venerdì è stata una sorpresa, spiega Caponeri. Il PNRR incentivava le CER prevedendo un rimborso del 40% dei costi in conto capitale di installazione di impianti fotovoltaici, all’interno di specifici massimali che tenevano conto della dimensione dell’impianto. In origine l’incentivo era di 2,2 miliardi di euro finalizzati all’installazione di “almeno 2 GW” di impianti, come si legge ancora oggi nel d.m. 414/2023 del MASE, art. 1 comma 3.

“Alcune complessità tecniche, unite al limite di posizionamento degli impianti nei soli Comuni inferiori a 5.000 abitanti, hanno reso difficile presentare richieste. A ciò si è voluto mettere (correttamente a mio avviso) una pezza ampliando la platea dei potenziali territori beneficiari ai Comuni sotto i 50.000 abitanti e agevolando la presentazione della domanda oltre che i tempi richiesti per l’allaccio dell’impianto (portati da giugno 2026 al 31 dicembre 2027). Si è anche voluto ridurre leggermente il target di potenza da installare da 2 GW ad “almeno 1,73 GW”, il che comunque non escludeva in alcun modo la possibilità di superare, nel limite dei fondi disponibili, tale quantità di potenza”, sottolinea Caponeri.

A nove giorni dalla scadenza del 30 novembre molti operatori stavano lavorando per l’inserimento delle ultime pratiche con la consapevolezza che i fondi non si sarebbero esauriti, sottolinea l’avvocato.

“Lo sportello è aperto fino al 30 novembre, ma se i 2,2 miliardi finiscono prima, si chiude anticipatamente. Questo fino a venerdì. Ma quello che è successo non rientra in questa dinamica fisiologica. Qui non si è trattato di risorse esaurite, o di dotazione aggiornata, ma di risorse sottratte. A bando in corso, la dotazione è stata tagliata da 2,2 miliardi a 795 milioni, senza alcun preavviso”, ha detto Midili.

Non è la prima volta che il Governo cambia idea su fondi allocati, spiegano gli esperti, rimandando a quanto successo a Transizione 5.0.

“Il parallelo con Transizione 5.0 è corretto: anche in quel caso si sono riallocate risorse molto consistenti senza alcun preavviso, “tagliando le gambe” a quei soggetti che, consci di stare ancora nei termini e pensando di rientrare tranquillamente nel budget stanziato, stavano lavorando facendo (comprensibilmente) affidamento su quanto dichiarato dalla pubblica amministrazione fino al giorno prima”, ha detto Caponeri.

Secondo Midili, ci troviamo davanti a una dinamica già vista con Transizione 5.0: una misura annunciata come solida, pluriennale, strategica, che viene poi ridimensionata all’improvviso mentre il bando è ancora aperto con una riduzione di dotazione finanziaria nella proposta di revisione del PNRR da 6,3 miliardi a 2,5 miliardi.

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