Agrivoltaico francese: le sfide di un modello in fase di costruzione

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La Francia si trova a un punto di svolta per le sue filiere agricole e solari. Entro il 2030, quasi la metà degli agricoltori andrà in pensione, in un contesto difficile per il ricambio, con una forte volatilità dei redditi e una pressione climatica crescente. Sul fronte fotovoltaico, il segmento avanza nell’incertezza: la futura PPE offre poca visibilità, le tariffe di acquisto si restringono e anche il mercato dell’elettricità resta volatile. Se l’agrivoltaico è stato presentato come una promessa di integrazione economica per gli agricoltori e come un nuovo bacino di disponibilità fondiaria per gli sviluppatori, le realtà economiche e regolatorie sollevano interrogativi sulla sua capacità di reggere nel tempo.

Introdotta dalla legge del 10 marzo 2023 sull’accelerazione delle energie rinnovabili (APER), la nozione di agrivoltaico dispone ormai di un quadro, anche se non è oggetto di consenso: il principio stesso della co-attività continua a dividere il mondo agricolo. Sul campo, i progetti si moltiplicano: più di 200 sono attivi e 2000 progetti sono in fase istruttoria, con una grande eterogeneità. Alcuni, molto integrati a livello locale, apportano un servizio reale all’azienda e hanno convinto gli attori locali. Altri rientrano piuttosto nel solare a terra accompagnato da un’attività agricola minima, pur rivendicandosi dell’agrivoltaico, con il rischio di alimentare confusione.

Anche in attesa di decreti attuativi e precisazioni, la legge APER e il decreto dell’8 aprile 2024 hanno già fissato un certo numero di paletti per l’agrivoltaico: la perdita di resa agricola non deve superare il 10% rispetto a una parcella testimone (escluso l’allevamento) e i redditi derivanti dall’attività agricola devono restare equivalenti prima e dopo l’installazione. Ma sul campo, e soprattutto nel lungo periodo, questi principi pongono questioni fondamentali. Come misurare una perdita di resa in un contesto climatico instabile? Come verificare la sostenibilità di un reddito agricolo i cui prezzi oscillano di anno in anno? E soprattutto, chi controlla questi dati?

Territorializzazione: autonomia locale o caos normativo?

Lo stesso decreto prevede una declinazione territoriale dei progetti, all’origine dei cosiddetti documenti-quadro. Su iniziativa delle camere dell’agricoltura, e sotto il controllo della prefettura e della Direzione dipartimentale dei territori (DDT), questi documenti cartografano le superfici agricole, naturali o forestali suscettibili di ospitare il fotovoltaico a terra. Nessun progetto può essere autorizzato al di fuori delle zone individuate, e ciascun documento-quadro deve essere rivisto ogni cinque anni. Questo strumento dà peso al mondo agricolo, ma rivela anche la diversità, se non la disparità, degli approcci locali. In alcuni dipartimenti, i sindacati agricoli lavorano fianco a fianco con gli sviluppatori; altrove, il rifiuto del fotovoltaico su terra agricola indirizza le nuove installazioni verso terreni degradati, parcheggi e coperture: fondi che diventano sempre più rari, costosi e difficili da sviluppare.

Un’architettura di cooperazione da inventare

Ma il mondo agricolo, consapevole del rapido interesse degli sviluppatori per i suoi terreni, si è anche coordinato per sviluppare carte agrivoltaiche dipartimentali, in aggiunta al dispositivo esistente. Non vincolanti, fissano principi di equilibrio: coinvolgimento degli agricoltori, modalità di monitoraggio, impegno sul mantenimento di un’attività agricola. Queste carte possono anche definire tetti di potenza installata. Anche qui l’eterogeneità degli approcci è evidente: mentre un agricoltore in Bretagna può installare 1 MW di solare, l’Alta Marna ne concede 50 MW.

Questa rete regolatoria si sovrappone inoltre agli obiettivi dello Zéro Artificialisation Nette (ZAN). Le installazioni agrivoltaiche possono beneficiare di una deroga se garantiscono la reversibilità degli interventi e il mantenimento di un’attività agricola significativa. Ma l’interpretazione di questi criteri varia fortemente a seconda delle prefetture e delle DDT. Alcuni dipartimenti accelerano, altri bloccano: a progetto equivalente, la risposta amministrativa può cambiare nel giro di pochi chilometri.

Per uno sviluppatore, questa diversità è fonte di confusione: «Non sappiamo più quali regole applicare», confida uno di loro, precisando che ciò aumenta i tempi di sviluppo e il rischio di fallimento del progetto. In attesa dell’eventuale messa in opera di nuovi contratti di affitto detti “agrivoltaici”, gli aggiustamenti si fanno caso per caso. Anche la giurisprudenza funge da bussola per sviluppare progetti suscettibili di ottenere le autorizzazioni necessarie.

Rischi strutturali non risolti

Dal lato delle camere dell’agricoltura, si teme «una sostituzione dell’attività agricola con una logica di rendita fondiaria» se non verrà messo in atto alcun dispositivo correttivo. È da temere un’inflazione del valore fondiario delle terre agricole: soffocherebbe sul nascere la capacità del settore di rinnovarsi, sapendo che un giovane agricoltore, in generale, deve già indebitarsi solo per avviare l’attività. L’aumento del prezzo dei canoni è inoltre temuto dal settore solare, che prevede una riduzione dei margini.

Seconda fragilità: la complessità del quadro stesso. La mancanza di chiarezza crea terreno fertile per contenziosi o ricorsi giuridici futuri. Soprattutto, il sistema favorisce gli attori dotati di una capacità finanziaria e giuridica importante, in grado di assorbire questa complessità. Risultato? Sia dal lato degli agricoltori sia da quello degli energetici, il vantaggio va ai grandi operatori, a scapito delle aziende o degli sviluppatori di dimensioni più modeste e con il rischio di creare opposizione. Inoltre, non tutti gli agricoltori, anche se lo desiderano, potranno “beneficiare” della manna agrivoltaica: le terre più ambite sono quelle pianeggianti e ben esposte, situate in prossimità di un punto di connessione.

Per gli altri, ossia circa l’85%, sono ipotizzabili soluzioni in autoconsumo o progetti molto piccoli. Perché sul terreno la cooperazione è in sperimentazione. Prefetture, DDT, camere dell’agricoltura ed energetici costruiscono progressivamente quadri di scambio. Se i grandi attori dell’agroindustria e gli sviluppatori condividono spesso rivendicazioni comuni, la diversità delle pratiche locali richiede un approccio più equo alle questioni territoriali.

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