Sorgenia spiega la sua strategia agrivoltaica, conferma il percorso di EF Solare

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È stata perfezionata a dicembre, con il closing, l’operazione di integrazione tra EF Solare e Sorgenia. pv magazine Italia ha sentito Angelo Pignatelli del Gruppo Sorgenia per capire come il gruppo affronterà gli investimenti in agrivoltaico nei prossimi mesi.

“Il costo di un impianto agrivoltaico elevato posto a un’altezza minima sopra i 2,10 metri può essere superiore di circa il 20% rispetto a un normale impianto a terra. Mentre quello di un impianto agrivoltaico “interfilare”, ossia che permette le coltivazioni tra le file dei pannelli (posti a un’altezza minima sotto i 2,10 metri) non è di molto superiore rispetto al costo dei parchi a terra. A fronte di investimenti più elevati, però, la resa ne può beneficiare. I pannelli fotovoltaici traggono beneficio da temperature più basse, se si scaldano troppo possono ridurre del 7-10% la produttività. Il modello agrivoltaico limita questo problema poiché consente di produrre il 3-5% in più di elettricità,” ha spiegato Pignatelli nel corso dell’intervista.

L’agrivoltaico può essere considerato la base della sperimentazione nel campo fotovoltaico al momento. Questa sperimentazione ha dei requisiti, immagino. Quali?

Angelo Pignatelli, head of PV Engineering del Gruppo Sorgenia.

Immagine: Gruppo Sorgenia

I requisiti alla base della sperimentazione nel campo agrivoltaico, in estrema sintesi, puntano a garantire la produzione agricola e quella elettrica minimizzando le interferenze e massimizzando le sinergie (es. risparmio idrico, protezione delle colture da eccesso di irraggiamento e fenomeni meteo avversi, sistema di monitoraggio a supporto dell’agricoltura di precisione, creazione di un microclima favorevole anche per la produzione elettrica). Questo approccio permette la miglior sinergia possibile tra energia e agricoltura in una logica di crescita armonica. Tali requisiti si basano su documenti tecnici e standard, quali ​la DIN SPEC 91434 tedesca, le linee guida Mase (ex-MiTE), UNI PdR 148-2023 e CEI PAS 82-93, che dettagliano una serie di parametri progettuali, di esercizio e produzione affinché un sistema agrivoltaico possa essere considerato tale.

Va comunque sottolineato come l’agrivoltaico sia ormai la best practice consolidata nello sviluppo degli impianti fotovoltaici: l’80% delle richieste di autorizzazione di nuovi impianti presentate negli ultimi 4 anni riguarda sistemi agrivoltaici, a testimonianza di come questa tecnologia rappresenti un modello sostenibile, efficace e già oggi concretamente applicabile.

Su quali programmi di innovazione vi state concentrando?

Ci siamo dedicati allo studio e alla sperimentazione dell’agrivoltaico da diversi anni: dal 2010 con le serre agrivoltaiche (esempio di “closed agriPV” ante litteram), dal 2021 con il prototipo di agrivoltaico in campo aperto a Scalea, dal 2023 con il progetto europeo Symbiosyst selezionato e finanziato da Horizon Europe (Grant Agreement N. 101096352) ed infine il progetto di ricerca in collaborazione con Enea e Le Greenhouse a Scalea. Tutte questi programmi di innovazione ci permettono di verificare ed ottimizzare parametri tecnici fondamentali per rendere il modello sempre più efficace.

Questi riguardano, ad esempio, la distanza tra i filari, e in generale la gestione degli spazi all’interno del sistema agrivoltaico, la dimensione e le caratteristiche ottimali dei moduli (es. la percentuale  di trasparenza), la tipologia delle strutture (fisse o tracker), così come l’altezza di queste ultime, che dipende da numerosi fattori quali i requisiti di movimentazione dei mezzi agricoli, la crescita delle piante e la dinamica dell’irraggiamento e delle ombre nel corso della giornata e nelle stagioni. Infine, è molto importante la numerosità e posizione dei sensori agronomici, in primis il PAR (Photosynthetically Active Radiation), indicatore della qualità di radiazione solare che raggiunge le colture, così come umidità e temperatura.

Tutti questi parametri vanno analizzati in funzione della tipologia di colture più adatte per ciascun sistema. Possiamo, infatti, individuare 3 cluster di culture: (i) quelle che beneficiano del minore irraggiamento, in particolare nelle ore centrali della giornata nei mesi estivi, come verdure a foglia verde, erbe aromatiche e alcuni tipi di frutti; (ii) quelle generalmente indifferenti alle variazioni di ombreggiamento, in funzione anche delle condizioni ambientali (es. ortaggi e legumi); (iii) quelle che richiedono un irraggiamento costante, quali cereali, colture oleaginose ed altri tipi di frutti. In particolare, la sperimentazione condotta nell’ambito del progetto europeo Symbiosyst punta a conseguire conferme sperimentali del comportamento di queste diverse tipologie di colture in differenti assetti agrivoltaici, in modo da definire delle best practice utili tanto agli sviluppatori quanto al mondo agricolo.

Oltre ai programmi di ricerca già citati, per quanto riguarda la sperimentazione in house, stiamo realizzando un sistema proprietario di monitoraggio e controllo dei tracker che ci consenta di sperimentare diverse opportunità e strategie al fine di ottimizzare la produzione agricola ed elettrica. La sfida, rispetto ai sistemi fotovoltaici tradizionali, non è più solo quella di inseguire il sole per massimizzare la produzione elettrica, ma gestirne la dinamica in modo da tenere conto anche dal profilo delle ombre prodotte sulle coltivazioni per massimizzare la resa agricola, nonché di intervenire per proteggere le colture in caso di eventi meteorologici avversi. L’altro aspetto è utilizzare i dati del monitoraggio agricolo, in particolare temperatura e umidità, per indirizzare le attività di fertirrigazione, potature e raccolto.   

Oltre all’esperienza con i detenuti, intendete promuovere altre innovazioni con ripercussioni sociali?

Monitoriamo le opportunità che potrebbero sorgere nei singoli territori in cui operiamo. Nell’ambito di diversi impianti agrivoltaici autorizzati e prossimi alla costruzione abbiamo concluso accordi con i Comuni per opere civili ad impatto sociale: efficientamento energetico di strutture comunali, percorsi ciclopedonali e riqualificazione urbana. Sono allo studio, inoltre, iniziative per la realizzazione di hub didattici e di ricerca presso altri impianti.

Quali sono le competenze richieste per gestire l’innovazione in questo campo? 

Il concetto centrale è la “coprogettazione”. Il sistema agrivoltaico è per sua natura multidisciplinare. Per questo, è importante che sin dalle prime fasi di progettazione lavorino insieme persone dotate di competenze in ambito elettrico ed agronomico, in modo da tenere conto delle necessità di entrambi i settori. Poiché profili professionali che uniscono le due competenze in maniera efficace sono estremamente rari, è indispensabile la collaborazione di team multidisciplinari.  A ciò si aggiunge una terza dimensione rilevante, ovvero quella del paesaggio. Il coinvolgimento di specialisti in questo ambito è fondamentale per sviluppare best practice agrivoltaiche che si inseriscano in modo armonico nel paesaggio. Questo aspetto è molto importante anche per l’accettazione sociale degli impianti da parte delle comunità locali, vero e proprio fattore abilitante per lo sviluppo del settore. Un aspetto di innovazione centrale diventa, quindi, anche la capacità di ingaggiare le comunità locali e rendere visibili i benefici derivanti dallo sviluppo di questo modello virtuoso. L’agrivoltaico per sua stessa natura può promuovere la collaborazione e la condivisione di conoscenze, quindi la crescita del territorio.

Avete mai pensato a un sistema a circuito chiuso in cui la produzione di elettricità in eccesso viene convertita in idrogeno e l’idrogeno viene poi direttamente impiegato come base per fertilizzanti?

Nel nostro sito di Scalea abbiamo realizzato, grazie ad un contratto di ricerca con Enea, due sezioni fisso e tracker di agrivoltaico in un sistema ad isola (off-grid) con sistema di accumulo elettrochimico. Per ora, abbiamo deciso di utilizzare l’energia in eccesso per alimentare un desalinatore che tratti l’acqua salmastra del pozzo presente in loco per trasformarla in acqua dolce adatta all’irrigazione.

Più in generale, pensate che il vostro approccio possa permettere coltivazioni in aree affette da siccità? Avete già riferimenti numerici in merito?

Riteniamo che questo approccio abbia un buon potenziale in tal senso. In particolare, impianti off-grid di questo tipo sviluppati nelle aree costiere del Mediterraneo, soggette a condizioni climatiche sempre più aride, possono essere molto efficaci per la produzione di acqua dolce per uso agricolo o domestico. Dalle sperimentazioni condotte a Scalea abbiamo riscontrato un risparmio idrico rispetto al pieno campo tra il 30% ed il 70%. In particolare, abbiamo notato come, proprio in corrispondenza dei periodi prolungati di grande calore nell’impianto agrivoltaico, si verifica la riduzione dell’evapotraspirazione anche grazie all’effetto mitigativo dei moduli fotovoltaici. Al di sotto delle strutture agrivoltaiche si crea un microclima favorevole al mantenimento della giusta umidità per la crescita delle piante, evitando bruschi sbalzi di temperatura tra il giorno e la notte e smorzando l’impatto del vento. La stessa umidità, poi, contribuisce a migliorare la performance produttiva dei moduli fotovoltaici, scongiurandone il surriscaldamento, che può provocare una sensibile perdita della resa elettrica. Un simile effetto è garantito dall’inerbimento del terreno, spontaneo o controllato, sotto i pannelli fotovoltaici.

Potreste definire/comunicate, almeno spannometricamente, l’LCOE nei vostri sistemi? È più alto dell’LCOE di un impianto a terra? Di quanto? Stesso discorso per i capture prices? O alcuni impianti agriPV permettono profili di produzione più coerenti con le esigenze del mercato elettrico al momento?

Il costo di un impianto agrivoltaico elevato posto a un’altezza minima sopra i 2,10 metri può essere superiore di circa il 20% rispetto a un normale impianto a terra. Mentre quello di un impianto agrivoltaico “interfilare”, ossia che permette le coltivazioni tra le file dei pannelli (posti a un’altezza minima sotto i 2,10 metri) non è di molto superiore rispetto al costo dei parchi a terra. A fronte di investimenti più elevati, però, la resa ne può beneficiare. I pannelli fotovoltaici traggono beneficio da temperature più basse, se si scaldano troppo possono ridurre del 7-10% la produttività. Il modello agrivoltaico limita questo problema poiché consente di produrre il 3-5% in più di elettricità. L’agrivoltaico inoltre comporta una serie di benefici, che oltre a quelli agricoli ed ambientali già citati si estendono all’intero sistema elettrico ed economico.

Nel 2025, Aias (Associazione Italiana Agrivoltaico Sostenibile) e Althesys hanno quantificato le esternalità positive dell’agrivoltaico elevato, a cui non sempre viene riconosciuto un valore monetario, per compararne il LCOE con quello del fotovoltaico tradizionale. Dalla ricerca emerge che, se venissero monetizzate le esternalità positive di un impianto agrivoltaico, il suo LCOE netto risulterebbe inferiore a quello di un impianto fotovoltaico tradizionale. Un’ulteriore indicazione del crescente allineamento tra i costi dell’agrivoltaico e del fotovoltaico tradizionale viene dai risultati delle recenti aste Fer X Transitorio e NZIA, dove le differenze di prezzo in termini di tariffa aggiudicata tra PV tradizionale e AgriPV si sono attestate solo tra 1-2 €/MWh.

Per quanto riguarda il profilo di produzione, è interessante notare come sistemi fissi, tracker, e verticali possano fornire profili di produzione complementari nel corso della giornata, grazie a picchi di produzione distribuiti in momenti diversi (mezzogiorno per i fissi, verso metà mattina e metà pomeriggio per gli altri due). In un’ottica sistemica, una distribuzione opportunamente pesata delle diverse tipologie potrebbe contribuire a livellare il profilo di produzione del solare nel mix energetico, cosa che non riscontriamo ancora negli impianti fotovoltaici di prima generazione attualmente in esercizio, data la preponderanza dei sistemi fissi.

E come vi aspettate che queste considerazioni possano cambiare nel tempo?

Grazie alla definizione di best practice ottimizzate e allo sviluppo di una filiera dedicata, i costi dell’agrivoltaico possono diminuire ulteriormente. Anche questo è un obiettivo del progetto Symbiosyst. Come per ogni tecnologia, con maggiore maturità e pratiche consolidate anche l’efficienza operativa di installazione è destinata a migliorare. Sarà fondamentale l’esperienza maturata nella messa a terra dei primi GW promossi dal PNRR per definire il futuro del settore.

Altre considerazioni su agriPV e innovazione?

Sicuramente anche l’agrivoltaico beneficia dell’innovazione tecnologica del settore fotovoltaico che ha fatto diminuire in maniera significativa i costi di installazione del fotovoltaico nell’ultimo decennio. L’aumento dell’efficienza dei moduli ha anche ridotto sensibilmente il fattore di utilizzo del suolo. Secondo il GSE, dal 2009 al 2024 la quantità di suolo necessario per installare 1 MW di potenza è diminuita costantemente, passando da un rapporto di 1,8 ettari per MW negli anni del Conto Energia a circa 1 ettaro per MW a fine 2024, con una contrazione del -48% rispetto al dato mediano degli anni 2009-2011. Se consideriamo che in un impianto agrivoltaico sussistono le due attività, tale utilizzo del suolo è ancora inferiore.

Più che l’innovazione tecnologica, però, nell’agrivoltaico il vero aspetto innovativo, che ancora deve maturare, è la coesistenza, spaziale e tecnica di progettazione e di esercizio, su cui non abbiamo ancora la stessa esperienza, ma su cui ci aspettiamo degli spazi di efficienza e sinergie importanti. Queste sinergie sono ancora tutte da sperimentare ed ottimizzare. Parliamo, dunque, di innovazione dei processi ed organizzativa, più che tecnica. Da non sottovalutare poi la dimensione dell’innovazione sociale: l’agrivoltaico può essere vettore di progresso socioeconomico nelle comunità agricole, per una transizione energetica inclusiva e partecipata. Gli impianti agrivoltaici hanno il potenziale per diventare un nuovo elemento identitario e di aggregazione delle comunità agricole, diventando, in determinate condizioni, anche spazi fruibili ed in grado di svolgere servizi ecosistemici, quali la tutela della biodiversità.

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