Un recente studio dell’Università di Foggia ha indagato l’atteggiamento di 1.486 proprietari terrieri nei confronti dell’adozione dell’agrivoltaico in Sud Italia, valutando la coerenza tra le loro preferenze e la normativa nazionale. Stiamo parlando del paper accademico “L’atteggiamento dei proprietari terrieri nei confronti dell’adozione dell’agrivoltaico: risultati di un esperimento di scelta discreta condotto nel Sud Italia” (Landowners’ attitudes toward agrivoltaic adoption: Evidence from a discrete choice experiment in Southern Italy).
Nell’abstract i ricercatori spiegano che il punto di partenza è la recente normativa che favorisce l’adozione di sistemi agrivoltaici, ma aggiungono che la propensione all’investimento da parte dei proprietari terrieri richiede un’analisi delle loro preferenze, aspettative e barriere percepite. Tra i dati emers è da sottolineare che “solo il 17% accetta le tariffe energetiche definite dal Direttore nazionale dei servizi energetici”.
Per entrare nei dettagli dei risultati della ricerca, tra cui spicca un forte disallineamento tra le politiche di incentivo e il reale interesse dei proprietari terrieri verso l’agrivoltaico, pv magazine Italia ha intervistato il Prof. Ruggiero Sardaro del Dipartimento Economia dell’Università di Foggia, a capo del team di ricerca.
pv magazine talia: Lo studio ha indagato quanti proprietari terrieri accetterebbero la tariffa incentivante fissata dal GSE. Cosa è emerso?
Un disallineamento tra la policy nazionale e il comportamento reale dei potenziali investitori. Nel nostro studio, condotto su 1486 proprietari terrieri, solo il 17,4% accetta la tariffa incentivante attualmente fissata a 93 €/MWh, mentre la maggioranza richiede livelli più elevati per considerare l’investimento sostenibile. Questo dato suggerisce che, pur in presenza di un quadro normativo avanzato e di strumenti di sostegno significativi, l’agrivoltaico non è ancora percepito come un’opportunità sufficientemente attrattiva da una larga parte dei potenziali adottanti.
Quindi si tratta di ragioni esclusivamente economiche?
Non solo. Emergono anche elementi legati all’incertezza sugli impatti agronomici, alla complessità gestionale e alla rigidità dei contratti di lungo periodo. In questo senso, il risultato mette in luce un gap tra la logica delle politiche pubbliche, spesso costruite su parametri medi, e la forte eterogeneità degli operatori agricoli. I proprietari terrieri non costituiscono un gruppo omogeneo, ma presentano preferenze, vincoli e aspettative molto differenziate. Per questo motivo, le politiche dovrebbero evolvere verso schemi di incentivazione più flessibili e mirati, in grado di adattarsi ai diversi contesti aziendali e territoriali, migliorando così l’efficacia complessiva degli interventi e la reale diffusione dell’agrivoltaico.
Avete individuato cinque classi distinte di proprietari terrieri, con richieste di incentivo molto diverse tra loro. Quali sono i tratti che distinguono maggiormente questi gruppi?
Il risultato forse più interessante è proprio l’elevata eterogeneità dei profili: non esiste un “landowner tipo”, ma almeno cinque gruppi con preferenze, vincoli e aspettative molto diverse. Le differenze principali riguardano tre dimensioni. La prima è economico-strutturale: dimensione aziendale, accesso al credito e orientamento al mercato influenzano fortemente la disponibilità a investire. I soggetti più strutturati e con colture ad alto valore aggiunto risultano generalmente più aperti all’agrivoltaico. La seconda è cognitiva e percettiva: alcuni gruppi mostrano maggiore fiducia nella tecnologia e ne riconoscono i benefici, mentre altri sono più cauti, soprattutto per i possibili effetti su rese e qualità delle produzioni. La terza riguarda la governance: cambia molto la preferenza tra modelli cooperativi, autoconsumo o collaborazione con operatori energetici, così come la tolleranza verso contratti di lungo periodo.
Quanto conta il contesto territoriale nel determinare la disponibilità a investire?
Gioca un ruolo decisivo. Nelle aree interne o meno dinamiche, l’agrivoltaico è spesso visto come opportunità di integrazione del reddito; al contrario, nelle aree agricole più produttive e specializzate emergono maggiori resistenze, legate al rischio di compromettere performance agronomiche già elevate. Questo conferma che le politiche non possono essere uniformi, ma devono tener conto delle specificità locali e della struttura del sistema agricolo.
Dalla ricerca emerge che la soglia ritenuta accettabile varia da 85 a 157 euro/MWh. Questo significa che l’attuale schema incentivante rischia di mobilitare solo una parte limitata del potenziale agrivoltaico?
Sì, il rischio è esattamente questo: che l’attuale schema incentivante riesca a mobilitare solo una quota limitata del potenziale agrivoltaico. Nel nostro studio, la disponibilità ad accettare la tariffa varia in modo significativo, da circa 85 a 157 €/MWh, a conferma di una forte eterogeneità tra i proprietari terrieri. Questo implica che una tariffa unica, come quella attualmente prevista, tende a essere efficace solo per una parte degli operatori, lasciando esclusi molti soggetti che percepiscono l’investimento come troppo rischioso o poco remunerativo. In altre parole, si rischia una diffusione selettiva dell’agrivoltaico, concentrata nelle aziende più strutturate o nei contesti più favorevoli.
Quali correttivi suggerireste al decisore pubblico?
Il primo correttivo riguarda l’introduzione di schemi di incentivazione differenziati, calibrati su caratteristiche aziendali e territoriali, come dimensione, tipologia colturale o localizzazione. In secondo luogo, è fondamentale ridurre il rischio percepito, ad esempio attraverso strumenti informativi sugli impatti agronomici, linee guida tecniche e supporto nella fase progettuale. Infine, andrebbero rafforzati i modelli collettivi, come comunità energetiche o forme cooperative, che consentono di distribuire costi e benefici, aumentando l’accessibilità anche per aziende meno capitalizzate e migliorando l’accettabilità complessiva della tecnologia.
Tornando al ruolo di fattori non puramente economici, quanto pesa oggi il deficit informativo rispetto alla pura convenienza finanziaria?
Pesa in modo molto rilevante, e in alcuni casi può essere persino più determinante della convenienza economica. Dal nostro studio emerge che le decisioni dei proprietari terrieri non dipendono solo dal livello degli incentivi, ma anche dalla percezione dei rischi legati all’impatto dell’agrivoltaico su rese, qualità delle produzioni e salute umana. In particolare, molti intervistati esprimono incertezza sugli effetti della riduzione della radiazione solare, sull’aumento dell’umidità del suolo e quindi sulla possibile diffusione di patologie vegetali, oltre che su aspetti come i campi elettromagnetici. Anche quando queste preoccupazioni non sono sempre supportate da evidenze scientifiche consolidate, influenzano in modo significativo la disponibilità a investire. Questo significa che la leva economica, da sola, non è sufficiente. Anche con incentivi elevati, una parte dei landowner potrebbe rimanere esclusa se non viene ridotta l’incertezza informativa. Per questo motivo, accanto agli strumenti finanziari, è fondamentale rafforzare le politiche di accompagnamento attraverso sperimentazioni in campo, diffusione di dati agronomici affidabili, attività dimostrative e servizi di consulenza tecnica. Ridurre il deficit informativo significa abbassare il rischio percepito e, di conseguenza, ampliare in modo sostanziale la platea dei potenziali adottanti.
Nella ricerca avere anche incluso il tema del riconoscimento dei benefici per la comunità locale?
Sì e si tratta di un aspetto cruciale. Dal nostro studio emerge che i proprietari terrieri sono molto più propensi a considerare l’agrivoltaico quando percepiscono che i benefici non si limitano al singolo investitore, ma si estendono alla comunità locale. In particolare, il fatto che l’impianto contribuisca alla produzione di energia pulita per il territorio, generi occupazione o rafforzi l’economia locale aumenta significativamente l’accettabilità dell’investimento. Al contrario, quando l’agrivoltaico è percepito come un intervento “estrattivo”, cioè promosso da soggetti esterni che catturano il valore economico senza ricadute locali, emergono resistenze molto più forti. Questo risultato si collega direttamente al tema della cosiddetta “energy justice”: non conta solo quanto si guadagna, ma anche come vengono distribuiti i benefici e chi partecipa ai processi decisionali.
Da qui la possibilità di “CER agricole”?
In termini operativi, in effetti, ciò suggerisce che modelli come le comunità energetiche, le cooperative tra agricoltori o le partnership locali possono svolgere un ruolo decisivo, andando a migliorare la sostenibilità economica dei progetti e rafforzando anche la loro legittimità sociale. Le comunità energetiche agricole rappresentano una leva molto promettente perché consentono di superare alcune delle principali criticità emerse nel nostro studio, in particolare quelle legate all’accesso agli investimenti e alla distribuzione dei benefici. In primo luogo, permettono di ridurre le barriere economiche, perché più soggetti condividono i costi di realizzazione e gestione dell’impianto. Poi, l’energia prodotta viene in parte autoconsumata o condivisa localmente, generando benefici diretti per la comunità e aumentando la percezione di equità. Questo riduce il rischio che l’agrivoltaico venga visto come un intervento imposto dall’esterno o orientato esclusivamente al profitto di pochi attori. Infine, le comunità energetiche favoriscono una maggiore partecipazione degli agricoltori nei processi decisionali, aumentando trasparenza e fiducia.
La normativa italiana riconosce in modo sufficiente l’importanza di mantenere la funzione agricola del suolo?
La normativa italiana ha fatto passi avanti importanti nel riconoscere la centralità della funzione agricola, ma resta ancora debole sul piano della giustizia procedurale. In concreto, ciò che manca è un reale coinvolgimento dei proprietari terrieri e delle comunità locali nei processi decisionali. Oggi le procedure autorizzative sono prevalentemente tecnico-amministrative e spesso gestite attraverso un dialogo limitato tra sviluppatori e pubblica amministrazione, con un ruolo marginale degli agricoltori. Questo può generare una percezione di scarsa trasparenza e ridurre la fiducia nei progetti. Un secondo elemento critico riguarda i contratti di lungo periodo, che possono estendersi fino a 20–30 anni. In molti casi mancano strumenti di revisione periodica o clausole di riequilibrio, rendendo difficile per gli agricoltori adattarsi a cambiamenti di mercato, climatici o normativi. Infine, si osserva una limitata disponibilità di supporto tecnico e legale indipendente per i landowner, soprattutto quelli meno strutturati, che si trovano a negoziare con operatori molto più forti dal punto di vista contrattuale.
Come migliorare questo aspetto?
Sarebbe necessario introdurre meccanismi di co-progettazione, maggiore trasparenza nei processi autorizzativi e strumenti contrattuali più flessibili ed equilibrati, in grado di garantire una reale partecipazione e tutela degli agricoltori.
Nello studio citate il rischio che gli agricoltori restino relegati al ruolo di semplici “fornitori di terra”. Quanto è diffuso questo timore nel campione analizzato e quali modelli potrebbero invece rafforzare il loro ruolo di co-produttori di energia?
Questo timore è piuttosto diffuso e rappresenta uno degli elementi più critici emersi dall’analisi. Una parte significativa dei landowner percepisce il rischio di perdere controllo decisionale, soprattutto nei modelli in cui l’impianto è sviluppato e gestito da operatori esterni. In questi casi, l’agricoltore rischia di essere relegato a un ruolo passivo, come semplice concedente del suolo, con una partecipazione limitata ai benefici economici e alle scelte strategiche. Questo incide negativamente sulla disponibilità a investire, perché riduce sia l’autonomia imprenditoriale sia la percezione di equità. Al contrario, il nostro studio mostra che i modelli più accettati sono quelli in cui il landowner mantiene un ruolo attivo. In particolare, risultano più favorevoli le configurazioni basate su autoconsumo, partecipazione diretta alla vendita dell’energia o forme associative tra agricoltori, che consentono di condividere rischi e benefici. Anche le comunità energetiche, già citate, e le partnership locali possono rafforzare questo ruolo, trasformando l’agricoltore da semplice fornitore di terra a vero co-produttore di energia e valore.
Guardando al mercato italiano del fotovoltaico, qual è secondo voi il messaggio principale che developer, istituzioni e filiera dovrebbero cogliere da questo studio?
L’agrivoltaico non è solo una questione tecnologica o finanziaria, ma soprattutto una questione di allineamento tra policy, mercato e mondo agricolo. Se questo allineamento non viene costruito, il rischio è che la misura resti sulla carta, pur essendo teoricamente molto promettente. Dal nostro studio emerge chiaramente che gli agricoltori non rifiutano l’agrivoltaico in sé, ma le condizioni con cui viene proposto: incentivi percepiti come insufficienti, incertezza sugli impatti agronomici e modelli di sviluppo spesso sbilanciati a favore di operatori esterni. Per i developer, questo significa ripensare i progetti in una logica più integrata con l’azienda agricola, evitando approcci standardizzati e valorizzando il coinvolgimento diretto dei landowner. Per le istituzioni, la priorità è costruire strumenti più flessibili e differenziati, che tengano conto della forte eterogeneità del settore agricolo. Per la filiera nel suo complesso, il punto chiave è investire in fiducia e conoscenza, attraverso sperimentazione, trasparenza e modelli partecipativi.

I presenti contenuti sono tutelati da diritti d’autore e non possono essere riutilizzati. Se desideri collaborare con noi e riutilizzare alcuni dei nostri contenuti, contatta: editors@nullpv-magazine.com.






Inviando questo modulo consenti a pv magazine di usare i tuoi dati allo scopo di pubblicare il tuo commento.
I tuoi dati personali saranno comunicati o altrimenti trasmessi a terzi al fine di filtrare gli spam o se ciò è necessario per la manutenzione tecnica del sito. Qualsiasi altro trasferimento a terzi non avrà luogo a meno che non sia giustificato sulla base delle norme di protezione dei dati vigenti o se pv magazine ha l’obbligo legale di effettuarlo.
Hai la possibilità di revocare questo consenso in qualsiasi momento con effetto futuro, nel qual caso i tuoi dati personali saranno cancellati immediatamente. Altrimenti, i tuoi dati saranno cancellati quando pv magazine ha elaborato la tua richiesta o se lo scopo della conservazione dei dati è stato raggiunto.
Ulteriori informazioni sulla privacy dei dati personali sono disponibili nella nostra Politica di protezione dei dati personali.