L’agrivoltaico è ormai uno dei temi più discussi nel panorama del fotovoltaico europeo. Tuttavia, nonostante l’interesse crescente e il numero sempre maggiore di progetti in sviluppo, il settore si trova ancora in una fase di consolidamento tecnico e operativo.
È questa la presmessa della tavola rotonda a margine del convegno Dual harvest, double trouble: Tackling EPC barriers in agrivoltaics design, moderato da Emiliano Bellini, News Director di pv magazine e Sergio Matalucci, caporedattore di pv magazine Italia, al Key – The Energy Transition Expo.
Tra i principali contenuti emersi, la consapevolezza che la vera standardizzazione delle soluzioni agrivoltaiche potrebbe arrivare solo nel prossimo decennio. Diversi operatori indicano, infatti, un possibile orizzonte tra il 2030 e il 2032 per arrivare a linee guida tecniche più consolidate.
Nel frattempo, lo sviluppo della tecnologia procede attraverso progetti pilota, sperimentazione e una progressiva integrazione tra competenze ingegneristiche e agronomiche.
Progettare partendo dalle colture
Uno dei messaggi più ricorrenti emersi dal confronto riguarda l’approccio alla progettazione degli impianti. A differenza dei parchi fotovoltaici tradizionali, nel caso dell’agrivoltaico la progettazione deve partire dalle esigenze delle colture.
Valerio Natalizia, CEO di ECO The Photovoltaic Group, ha spiegato come il proprio approccio preveda la gestione integrale del progetto, dalla progettazione tecnica ed elettrica fino alla gestione dell’iter autorizzativo. Questo consente di ridurre molte delle criticità che emergono quando i diversi passaggi sono affidati a soggetti differenti.
“Accettiamo solo progetti in cui possiamo seguire l’intero processo”, ha spiegato. “Partendo dalla progettazione possiamo evitare molte delle sorprese che emergono in fase realizzativa”.
Il modello sviluppato prevede anche la creazione di joint venture con aziende agricole e agronomi. In queste partnership il progetto agrivoltaico nasce direttamente dalle esigenze della coltura.
Tra le coltivazioni considerate vi sono ad esempio kiwi e ciliegie, mentre una terza azienda coinvolta nella joint venture si occupa della distribuzione dei prodotti agricoli. L’obiettivo è creare un modello economico integrato che consenta di beneficiare anche delle economie di scala derivanti dall’aumento della capacità installata.
Il piano industriale prevede investimenti per circa 40 milioni di euro nei prossimi tre-cinque anni, con l’obiettivo di sviluppare diversi megawatt di impianti agrivoltaici.
Questa impostazione trova conferma anche nella sperimentazione. Natalizia ha richiamato il caso di un impianto pilota da 120 kW realizzato a Castel Bolognese, sviluppato insieme a un’azienda agricola già abituata a lavorare con colture protette e coperture funzionali alla riduzione di pesticidi e insetti. In quel contesto, l’integrazione del fotovoltaico non è stata concepita come una sovrastruttura, ma come un’evoluzione coerente di un sistema agricolo già impostato sulla protezione della coltura. Anche la gestione dei tracker, con inclinazioni differenziate nei vari periodi dell’anno, è stata definita avendo come priorità il comportamento agronomico. “Il vero elemento guida è sempre stato la coltura agricola”, è stato ribadito. Ed è un passaggio cruciale, perché mostra che la maturità del settore non dipende solo dall’evoluzione delle tecnologie, ma anche da una diversa gerarchia delle decisioni progettuali.
O&M e sicurezza: il banco di prova è l’esercizio
Se la progettazione integrata può evitare molte criticità a monte, è nella fase di esercizio che l’agrivoltaico rivela tutta la propria complessità. Il tema dell’O&M è stato tra i più discussi, soprattutto per la necessità di superare una visione unidirezionale del rapporto tra attività agricola e componente elettrica. Non si tratta soltanto di evitare che l’agricoltore danneggi l’impianto: bisogna anche garantire che la manutenzione elettrica non interferisca con colture, alberi, suolo e infrastrutture agricole. “La manutenzione elettrica non deve danneggiare le colture o gli alberi”, è stato osservato, riportando al centro il nodo della compatibilità operativa.
L’agrivoltaico, in altre parole, è un’infrastruttura ibrida, in cui devono convivere senza conflitto i cicli della manutenzione e quelli dell’attività agricola. E questo cambia radicalmente il modo in cui si pensa all’esercizio dell’impianto.
Strettamente connesso è il tema della sicurezza, soprattutto nei contesti in cui il personale agricolo entra regolarmente all’interno dell’area impiantistica. Giuseppe De Benedictis, Country Manager di Goldbeck Solar ha descritto un approccio particolarmente rigoroso: “Prevediamo la possibilità di disalimentare completamente l’impianto quando gli agricoltori entrano nell’area operativa”. L’idea è quella di automatizzare la disalimentazione dell’impianto quando l’agricoltore entra in campo, così da ridurre strutturalmente il rischio elettrico.
In prospettiva, questa stessa logica potrebbe estendersi grazie a strumenti di automazione avanzata, intelligenza artificiale e robotica. Non solo per la sicurezza, ma anche per il monitoraggio delle diverse fasi agronomiche, per la gestione delle colture e perfino per la raccolta. La digitalizzazione, in questo scenario, non è solo un supporto alla prestazione energetica, ma una tecnologia abilitante per la gestione integrata del sistema agricolo ed elettrico.
Adattamento locale: non esiste un modello unico
Dal confronto è emerso con grande chiarezza anche un altro aspetto: nell’agrivoltaico non esiste una soluzione universale. Le scelte tecnologiche dipendono dalla coltura, dalla meccanizzazione agricola, dal vento, dalla grandine, dalla conformazione del terreno, dallo spazio disponibile e, in alcuni casi, persino dal comportamento animale.
I sistemi verticali, ad esempio, presentano vantaggi specifici in alcuni contesti. Sascha Krause-Tünker, CEO di Next2Sun, ha ricordato che l’obiettivo di questo approccio è mantenere per uso agricolo fino al 99% della superficie disponibile. Si tratta di una soluzione interessante in termini di occupazione del suolo e di profilo di produzione energetica, spesso più marcato nelle ore del mattino e del tardo pomeriggio. Tuttavia, la loro efficacia dipende fortemente dalla tipologia di coltura e dal contesto geografico. Per colture alte come il mais, ad esempio, la configurazione verticale può non risultare adeguata; in altri casi, invece, può offrire benefici anche sul fronte della mitigazione del vento e dell’autopulizia dei moduli grazie alla pioggia.
Sul versante dei tracker, Alejandro Cardona, Director di Soltec, ha sottolineato che l’agrivoltaico aggiunge un ulteriore livello di complessità a una tecnologia già fortemente influenzata da condizioni meteo e caratteristiche del sito. “Con l’introduzione della componente agrivoltaica si aggiunge un ulteriore livello di complessità”. Ma proprio quei componenti mobili che nel fotovoltaico tradizionale vengono valutati soprattutto in termini di costo e manutenzione possono qui trasformarsi in strumenti agronomici. L’orientamento dinamico dei moduli consente infatti di modulare la radiazione sulle colture e, in determinate condizioni, di offrire protezione anche da grandine o pioggia intensa.
È un cambio di prospettiva importante: nell’agrivoltaico, elementi progettati originariamente per ottimizzare la resa elettrica acquistano una funzione ulteriore, direttamente legata alla risposta della coltura e alla protezione del sistema produttivo agricolo.
L’esperienza sul campo resta decisiva
Proprio perché il settore è ancora giovane, molte criticità emergono soltanto nella pratica. Il dibattito ha richiamato diversi esempi concreti: la compattazione del suolo durante il cantiere, le interferenze con i mezzi agricoli, la necessità di calibrare con precisione gli spazi di manovra, animali che urtano o utilizzano le strutture, roditori che danneggiano i cavi, fino ai possibili effetti di fertilizzanti o trattamenti chimici sui componenti elettrici nel lungo periodo.
È stato citato, per esempio, il caso di problemi ai cavi causati da roditori, affrontato con l’adozione di cavi resistenti ai morsi, oggi disponibili sul mercato, senza impatti significativi sul business case. Altri relatori hanno ricordato come anche l’interazione tra meccanizzazione agricola e layout impiantistico possa generare criticità apparentemente minori, ma decisive nella quotidianità operativa: pochi centimetri in meno nello spazio tra le file possono non compromettere formalmente il passaggio dei mezzi, ma rendere il lavoro molto più difficile per gli operatori.
Anche in questo caso il parallelismo con i primi anni del fotovoltaico tradizionale è emerso più volte: allora si sono scoperti progressivamente difetti e fenomeni oggi ben noti; allo stesso modo, nell’agrivoltaico ci si trova ancora in una fase di apprendimento, in cui l’esperienza diretta vale quanto, se non più, della modellazione teorica.
Collaborazione e filiera: il passaggio decisivo
Accanto a questo, è emerso con forza il tema della collaborazione. Molti dei nodi oggi aperti – dall’O&M alla durabilità, dalla protezione dalla grandine all’evoluzione dei moduli, fino all’interazione con le pratiche agronomiche – non possono essere risolti da un singolo operatore. Servono progetti pilota, raccolta sistematica dei dati, scambio di esperienze e un dialogo più stretto tra sviluppatori, produttori di sistemi, agronomi, associazioni e fornitori di componenti.
Anche sul fronte dei moduli il confronto ha lasciato intravedere possibili evoluzioni, pur senza indicare soluzioni già mature. Oggi, di fatto, non esiste ancora un vero “modulo agrivoltaico”, ma non si esclude che in futuro possano svilupparsi prodotti dedicati, con maggiore durabilità, funzioni protettive o un equilibrio diverso tra trasmissione luminosa e resa elettrica. Per ora, però, il settore sembra avanzare soprattutto attraverso un adattamento intelligente delle tecnologie esistenti.
La sintesi finale del confronto è forse proprio questa: l’agrivoltaico ha valore perché combina due funzioni, ma la credibilità di questa promessa dipenderà dalla capacità di dimostrare, con dati e risultati, che l’agricoltura continua davvero a funzionare e a generare valore all’interno di questi sistemi. “È fondamentale dimostrare che l’agricoltura può davvero funzionare con questi sistemi”.
Il futuro del settore non si giocherà quindi solo sulla qualità delle strutture o sulla resa dei moduli, ma sulla capacità di costruire un equilibrio maturo tra energia, agronomia, sicurezza, manutenzione e adattamento locale. È qui che l’agrivoltaico può compiere il salto: non più come semplice idea di uso duale del suolo, ma come infrastruttura industriale realmente capace di far convivere due filiere senza sacrificarne nessuna.
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