Editoriale: la strategia energetica che non arriva. Ma perché?

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Confusione. C’è molta confusione nel mondo dell’energia e non solo per le speranze tradite, le promesse non mantenute da parte dei politici. È anche una questione di azioni non coordinate, non coerenti e non basate sui fatti.

Nucleare? Quando? Gas? Quale? Rinnovabili? Ci sono, ma come? Batterie? I prezzi stanno salendo e cosa succederà ai vari meccanismi già in corso? Carbone? Veramente? I politici stanno considerando tutte le opzioni, ragionevolmente, ma sbagliano a non dare le sicurezze economiche  necessarie agli operatori per materialmente fare la differenza. Le rinnovabili sono strategiche, come già detto dai rapporti Draghi e Letta, su questo non si discute. Ma perché non si va avanti con maggiore risolutezza?

La strategia del ministro Gilberto Pichetto Fratin, per esempio, è interpretabile come segue: accettiamo tutto, cerchiamo di comprimere i prezzi nel breve/medio periodo per evitare le conseguenze, poi cercheremo di agire in un secondo momento. Ma prima incontriamo ENI e Snam, quindi gli interessi gas, per poi ascoltare gli interessi del nucleare, non dimenticandoci di dire che il carbone è una riserva strategica e le rinnovabili sono già competitive. Ma materialmente?

Il problema è che, da un certo punto di vista, Fratin ha ragione, allineandosi alle posizioni di analisti. Andy Sommer, head of Energy Market Analysis & Meteorology presso Axpo, considera per esempio il carbone nelle sue analisi.

Sommer spiega che la produzione di energia da carbone e lignite è tornata competitiva. Questo però ha spostato l’attenzione anche sul mercato del carbonio, poiché un maggiore consumo di carbone aumenterebbe tipicamente la domanda di quote di carbonio, quindi aumentando i prezzi dell’energia, sottolineandone il ruolo già ora (e immaginiamoci in caso di guerra).

“Le quote UE (EUA), tuttavia, sono diminuite di circa 11 EUR/t nell’ultimo mese. Il fattore scatenante non sono stati i fondamentali, che rimangono rigidi per il 2026 e probabilmente anche per il 2027, ma piuttosto una tempesta perfetta di rumori politici che ha offuscato le prospettive rialziste del mercato a medio termine. Diversi gruppi industriali e politici di alto rango hanno discusso pubblicamente possibili adeguamenti al sistema di scambio delle quote di emissione dell’UE come risposta politica alle crescenti preoccupazioni sulla competitività dell’industria”, ha scritto Sommer.

E questo è proprio il punto. Il mercato elettrico europeo è stato fondato per anni su aspettative e su segnali di mercato che, adesso, sono oggetto di revisione, forse maldestra. Questo molto probabilmente su pressione di quelli che i segnali di mercato non li hanno colti. Ma chi ha fatto gli investimenti per adeguarsi a delle politiche chiarissime, discusse e approvate a livello di Parlamento europeo, Commissione europea e Consiglio europeo? Cosa succederà a loro, a quelli che hanno seguito un chiarissimo orientamento europeo? Siamo poi consapevoli di quello che potrebbe succedere se dovessimo smantellare il sistema ETS?

G7 e gli interessi fortemente divergenti

Notizia di oggi. Convocato d’urgenza il G7 Energia a Parigi, poco dopo il Summit per l’energia nucleare. Ma all’interno del G7 gli interessi non potrebbero essere più diversi. A parte le tensioni tra Stati Uniti e Canada, come anche quelle tra Francia e Germania (lasciamo le riflessioni politiche a margine per un minuto), i mix energetici dei Paesi sono completamente diversi.

Secondo nuovi dati di EnergyFlux.com, le compagnie statunitensi del gas potrebbero realizzare oltre 1 miliardo di dollari a settimana in profitti straordinari a seguito del conflitto in Iran. Nel mentre però Paesi come l’Italia, fortemente esposti alle oscillazioni sui mercati gas, ne risentiranno. E non poco. Certo, come sottolineato già dal ministro durante il Key di Rimini, l’Italia ha più gas stoccato che qualsiasi altro Paese UE. Oggi, per esempio, l’Italia dispone di 93 TWh di gas, contro i 53 TWh della Germania e i 36 TWh dell’Austria. Questi sono oggi i tre Paesi UE con i maggiori volumi di gas.

Con l’invasione russa dell’Ucraina abbiamo però capito che ci possono essere ritardi fino a 6-12 mesi nell’andamento dei prezzi del gas. Con gli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran, potremmo capire che le conseguenze potrebbero essere anche più persistenti. Questo per una serie di motivazioni: i mercati GNL sono globali, l’Unione europea ha praticamente deciso di smettere di comprare prodotti energetici dalla Russia e la situazione geopolitica non potrebbe essere più confusa, anche perché i media nazionali e internazionali non smettono di fare confusione e di riportare posizioni che spesso sono propaganda. Ci rimangono solo gli analisti.

“A partire dai mercati dei combustibili, l’attacco degli Stati Uniti all’Iran del 28 febbraio ha provocato un’immediata escalation in tutto il Golfo. Il Qatar ha interrotto la produzione di GNL in uno dei più grandi impianti di esportazione al mondo come misura precauzionale a seguito degli attacchi con droni iraniani contro la regione. Anche l’Iran ha lanciato attacchi con missili e droni in tutto il Golfo, colpendo importanti infrastrutture energetiche, come una raffineria della Saudi Aramco. Con il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti che rappresentano circa il 18% dell’offerta globale di GNL, di cui circa l’80% è destinato all’Asia, i prezzi dell’Asian Japan/Korea Marker (JKM) hanno aperto con il premio più alto degli ultimi anni rispetto al Dutch Title Transfer Facility (TTF), poiché gli acquirenti si sono affrettati a sostituire i carichi interrotti. Parallelamente, l’Egitto è stato costretto a ricorrere al mercato spot dopo che Israele ha interrotto le forniture di gas tramite gasdotto a seguito della chiusura dei giacimenti di gas nel Mediterraneo”, ha detto Sommer.

Quindi? La situazione è estremamente complessa. Razionalmente, questo è il momento ideale per la Cina per entrare a Taiwan (mentre Pechino azzera le tariffe sui prodotti provenienti da tutti i 53 paesi africani che intrattengono relazioni diplomatiche con la Cina), ma anche per la Russia per allargare il conflitto. E cosa succederebbe nel caso? L’UE dove andrebbe a comprare prodotti energetici o componenti per progetti di energia rinnovabile nel caso di scontro ancora più evidente tra Stati Uniti e Cina, soprattutto se Washington avesse bisogno di parecchia energia per fini militari? Non si capisce. E quindi la confusione è comprensibile, ma non auspicabile. È il momento giusto per investire nella produzione UE di pannelli e batterie? La maggioranza degli analisi e degli esperti ne è sicuro. Lo dice l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (Ieefa), sembra confermarlo la Commissione europea e soprattutto lo sottolinea il presidente delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

“Per decenni, la dipendenza dai combustibili fossili ha significato dipendenza dalla volatilità. Durante le crisi petrolifere del passato, i paesi non avevano altra scelta che assorbire il colpo. Ora hanno una via d’uscita: l’energia rinnovabile prodotta internamente non è mai stata così economica, accessibile e scalabile. Le risorse dell’era dell’energia pulita non possono essere bloccate o utilizzate come arma. Non ci sono picchi di prezzo per la luce solare né embarghi sul vento. La strada più veloce verso la sicurezza energetica, economica e nazionale è chiara: accelerare una transizione equa dai combustibili fossili alle energie rinnovabili”, ha detto il politico portoghese. Forse, nonostante le difficoltà e la confusione, la soluzione non è stata mai così chiara.

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