Articolo presente nell’edizione speciale Key Rimini 2026
La produzione europea a supporto della liera fotovoltaica si trova a un possibile punto di svolta. All’inizio di un 2026 che si prospetta tutt’altro che statico sul fronte normativo, l’industria europea di moduli fotovoltaici e soluzioni Bess rimane cauta sul futuro. L’auspicio è di avere nel breve termine maggiori certezze per una programmazione di medio-lungo periodo. Sul tema, pv magazine Italia ha contattato diverse realtà interessate, soprattutto produttori, alcuni dei quali hanno preferito evitare di rispondere, in attesa di conoscere maggiori dettagli di norme in via di consolidamento e, allo stesso tempo, nuove strategie industriali europee che stanno solo ora emergendo. L’esecutivo europeo riconosce la necessità di velocizzare proposte e iter, ma le prossime settimane saranno determinanti per gli sviluppi dell’industria Made in EU.
Nel frattempo, dopo la redazione della rivista cartacea, il 10 marzo, la Commissione europea ha presentato il Pacchetto energia con, tra l’altro, una Strategia per gli investimenti nell’energia pulita e un Pacchetto per l’energia nel settore residenziale. Il 18 marzo doveva essere discusso l’European Innovation Act (che non è stato presentato), mentre il 25 era in programma il Pacchetto per la sovranità tecnologica con la roadmap strategica per la digitalizzazione e l’IA nel settore dell’energia. Anche questo è stato derubricato. Questo per dire che le novità e gli imprevisti non mancano.
Secondo Italia Solare, “nessun Paese europeo ha implementato una normativa così di supporto per la creazione di una filiera europea del fotovoltaico come ha fatto l’Italia”. Nella definizione delle regole nazionali e comunitarie, “la prossima tappa è proseguire nella creazione di programmi a lunga scadenza”. I produttori FuturaSun e Torri Solar, rispondendo alle domande di pv magazine Italia a febbraio, hanno dichiarato di vedere nel momento storico un’opportunità per re-industrializzare l’Europa, nonostante i rischi e la necessità di programmazione sul medio-lungo periodo.
Se per Torri, ad oggi, i legami strutturali con la filiera asiatica comportano rischi crescenti, FuturaSun vede invece nei dialoghi con Pechino opportunità piuttosto che criticità. FuturaSun ritiene inoltre indispensabile che venga garantita una normativa stabile, con orizzonte temporale di almeno 10-15 anni, a supporto della fliera per la ricostruzione di una manifattura fotovoltaica europea.
La voce di FuturaSun
Interpellata sull’ipotesi di introdurre nei contingenti previsti dal Net-zero industrial act (Nzia) un requisito Made in EU per fabbriche situate in Europa anche se controllate da Paesi extra-UE, FuturaSun si dice favorevole “in linea di principio”. La priorità, argomenta il general manager Giorgio Fantuz, non è la nazionalità della proprietà, ma l’impatto industriale sul territorio. “L’obiettivo principale dovrebbe essere la creazione di occupazione e il rafforzamento della rete industriale in Europa”.
”.

Foto FuturaSun
In quest’ottica, l’azienda ritiene che la norma debba abilitare investimenti e nuove fabbriche in Europa, anche se supportate da capitale extra-UE. Più che la presenza di attori non europei, la preoccupazione riguarda un possibile utilizzo distorsivo
delle regole con la conseguenza di “essere piegata a interessi di pochi”. Il rischio, in pratica, è che il beneficio si concentri su
singoli stakeholder. Secondo FuturaSun, l’impostazione Made in EU rappresenta prevalentemente un’opportunità: può diversificare la filiera, migliorarne la resilienza e creare competenze con ricadute su ricerca, formazione e innovazione. Ma il successo dipenderà dall’attuazione: se l’intervento producesse solo poche iniziative sparse, l’Europa rischierebbe di non costruire un’industria realmente competitiva.
Il punto, in sostanza, è passare da una logica di “fabbriche bandiera” a una logica di catena del valore: capacità produttiva, fornitori, competenze e continuità della domanda. Sul fronte regolatorio, Fantuz considera il piano Transizione 5.0 un esempio, un caso di best practice, o quasi. Questo chiaramente al momento dell’intervista, condotta a inizio febbraio. “La misura ha rappresentato un modello virtuoso, tanto da essere citata più volte anche in ambito europeo.
Tuttavia, l’esclusione dei moduli rientranti nella lettera a) dal registro Enea fronte dell’assenza di soluzioni in lettera b) e della presenza di un solo produttore non fallito in lettera c) – risulta quantomeno inappropriata e rischia di snaturare l’impianto e la validità complessiva dell’iniziativa”.
Il riferimento è al nuovo iperammortamento introdotto con la Legge di Bilancio 2026, e che prende il posto del credito d’imposta Transizione 5.0, dal quale il Governo italiano ha escluso tutti i moduli fotovoltaici iscritti al registro Enea alla lettera a) nonostante rappresentino la maggioranza assoluta. Sul tema, diverse società europee hanno lamentato una restrizione del mercato che finirebbe per favorire un’unica realtà industriale, ovvero 3Sun, controllata da Enel. Il tema rimane comunque complesso da leggere e potenzialmente suscettibile di modifiche. A livello europeo, la normativa verrà verosimilmente rafforzata attraverso l’Accelerator Act, con l’obiettivo di tutelare e valorizzare il Made in EU.
“È un’evoluzione che non può che essere accolta positivamente dal settore”, aggiunge il general manager di FuturaSun. Fattore chiave, per la società, è la prevedibilità. Per Fantuz, in particolare, “è necessario garantire una normativa stabile, con un orizzonte temporale di almeno 10-15 anni”.
L’iter ideale, spiega il general manager, dovrebbe “partire dai moduli e poi risalire lungo la filiera”, introducendo nel tempo requisiti più stringenti per accedere all’etichetta Made in EU.

Foto FuturaSun
Sulla produzione di celle europee, Fantuz invita al realismo. “Oggi in Europa non esiste una produzione significativa di celle, a eccezione di un singolo produttore con livelli di efficienza medi e comunque inferiori alle tecnologie TOPCon attualmente sul mercato. Per questo motivo, l’obbligo di utilizzo di celle prodotte in UE dovrebbe essere introdotto solo in una fase successiva, ad esempio a partire dal 2030, quando il tessuto industriale europeo sarà in grado di sostenerlo”.
Sul piano industriale, FuturaSun punta nel 2026 a garantire continuità delle forniture dalla Cina sui volumi consolidati, mantenendo stabilità al mercato. In parallelo, la strategia prevede l’avvio strutturato della produzione europea: prima tra mite partnership industriali già operative, poi con una capacità produttiva diretta in Europa.
Relativamente alla nuova fabbrica Fenice di FuturaSun, che nei piani originali doveva essere operativa a Cittadella (PD) a fine 2027, Fantuz spiega che si è reso necessario un rinvio delle tempistiche di un anno a fronte di “persistente incertezza normativa”. “In particolare, sul tema del Made in EU, è stato concordato con la Commissione Europea un amendment che prevede lo slittamento del progetto di 12 mesi. Di conseguenza, l’avvio della produzione della fabbrica Fenice è ora previsto nel morso del 2028”, dichiara il general manager.
“Non si tratta di un congelamento del progetto, ma di una riprogrammazione che consente di allineare tempistiche industriali, contesto normativo e condizioni di mercato in modo più sostenibile”, aggiunge Fantuz.
Guardando alla roadmap tecnologica, FuturaSun prevede che nel prossimo triennio la produzione sarà ancora dominata da n-Type e back contact (xBC), con quest’ultima destinata a crescere per ragioni di efficienza e prestazioni. Per la perovskite, invece, il “punto di svolta” avverrà verso la fine del decennio, soprattutto attraverso soluzioni tandem ad alta efficienza.
Infine, sul tema geopolitico, Fantuz non vede nell’immediato rischi specifici per i produttori con legami industriali con la Cina. In questa fase, i rapporti con partner di Pechino “rappresentano più un’opportunità che una criticità”. Consente, secondo il general manager, “di accelerare l’introduzione in Europa delle migliori tecnologie disponibili e di favorire un trasferimento di know-how industriale indispensabile per rafforzare la competitività della produzione europea”.
La voce di Torri Solar

Foto: Torri Solar
Immagine: Foto: Torri Solar
Michele Torri, fondatore e CEO di Torri Solar, spiega a pv magazine Italia di essere favorevole a un requisito Made in EU solo a determinate condizioni. “Per noi Made in EU non può limitarsi al semplice assemblaggio finale in Europa: deve significare valore industriale reale generato sul territorio, con criteri chiari su filiera, tracciabilità, responsabilità produttiva e continuità nel tempo”, dice Torri.
Secondo l’imprenditore, la filiera italiana ha una “cultura del fare prodotto” profondamente diversa rispetto a modelli industriali extra-UE.
“La manifattura italiana, e in particolare quella legata all’ingegneria e al prodotto energetico, è storicamente orientata a durabilità, affidabilità e qualità costruttiva, non alla logica del costo minimo o della sostituzione rapida”, sostiene Torri, suggerendo possibili costi ambientali, tecnici e sociali dei prodotti con vita attesa inferiore.
Torri considera comunque il Made in EU un’opportunità, soprattutto nel caso di regole chiare. “Torri si posiziona in modo unico: non come alternativa al prodotto mainstream solamente perché prodotto in Italia, ma come categoria distinta, che mette al centro la resistenza meccanica, la sicurezza dell’impianto e la continuità delle prestazioni nel lungo periodo”.
Se la direzione UE viene considerata “complessivamente positiva”, segno di una crescente consapevolezza sull’importanza della produzione europea, il quadro normativo continentale è, secondo Torri, ancora insufficiente sul punto più cruciale: la valorizzazione di modelli costruttivi distintivi.
“Servono politiche che sappiano distinguere tra semplice capacità produttiva e vero valore industriale, premiando chi costruisce tecnologia con una visione di lungo periodo”, ha detto l’AD della società bresciana, proponendo alcuni passaggi per una filiera europea.
“Nei bandi pubblici e nei meccanismi di incentivo dovrebbero entrare criteri tecnici più evoluti: requisiti di robustezza, sicurezza antincendio, ispezionabilità, affidabilità nel lungo periodo e modelli costruttivi che riducano il rischio operativo degli impianti”, dice Torri, che chiede poi sostegno strutturale agli investimenti industriali orientati verso brevetti e innovazione di prodotto. Torri afferma che, per il 2026, vuole consolidare la crescita della produzione italiana”, introducendo tra l’altro nel mercato italiano il pannello X-Core2. Non si aspetta necessariamente un aumento significativo dei volumi venduti.

Immagine: Foto: Torri Solar
Al momento la capacità produttiva è di circa 80 MW annui. “A supporto di questo percorso, sono previsti investimenti mirati sui processi produttivi e di controllo qualità. “In particolare, introdurremo un ulteriore sistema di elettroluminescenza direttamente in fase di stringatura, che si affiancherà ai due controlli già presenti in linea, con l’obiettivo di azzerare le criticità legate al circuito in silicio e innalzare ulteriormente gli standard qualitativi”, dichiara Torri.
La società bresciana riporta che sta anche pianificando l’inserimento di una corniciatura automatica. Gli investimenti in corso e programmati sui processi produttivi sono finalizzati a ridurre i tempi di attesa “e migliorare l’efficienza operativa”. In termini di tecnologia, Torri riporta un focus sulle tecnologie di silicio con “le migliori garanzie” nel medio-lungo periodo.
“Vediamo l’n-Type come la base industriale più solida oggi disponibile, mentre soluzioni come xBC potranno trovare spazio in segmenti dove qualità ed efficienza vengono realmente valorizzate. La perovskite rappresenta un’area di grande interesse tecnologico, ma prima di diventare rilevante dovrà dimostrare stabilità, durabilità e affidabilità certificata nel mondo reale”. Secondo Torri, il loro modello costruttivo Prisma 4.0 massimizza sicurezza e longevità del modulo: “pannelli tre volte più robusti e otto volte più resistenti alla grandine rispetto al prodotto mainstream e ai requisiti IEC di riferimento. Stessa filosofia della tecnologia brevettata X-Core2 che ridistribuisce il carico applicato sul pannello fino a 5 volte”.
Nel contesto geopolitico attuale, continua Torri, i legami strutturali con la filiera asiatica comportano rischi crescenti. Tra i rischi, l’AD della società bresciana menziona dipendenza da supply chain, volatilità normativa, pressione continua sui prezzi e potenziali criticità reputazionali. “Nel nostro caso la scelta è stata chiara: ridurre strutturalmente il rischio attraverso una produzione in Italia. La filiera asiatica può rappresentare un fornitore di componenti, ma non un modello industriale da seguire. Non vediamo la nostra indipendenza come un vincolo, ma come un’opportunità strategica: se il mercato e le regole inizieranno a valorizzare davvero robustezza, sicurezza, compliance e affidabilità nel lungo periodo, l’alta gamma europea non sarà più un’eccezione, ma un riferimento”.
La voce di Italia Solare
Secondo Italia Solare, “nessun Paese europeo ha implementato una normativa così di supporto per la creazione di una filiera europea del fotovoltaico come ha fatto l’Italia”. Il Bel Paese, evidenzia Andrea Rovera, consigliere di Italia Solare, è stato il primo della UE “a varare fin dal 2023 una normativa di valorizzazione dei prodotti Made in EU che ha visto declinarsi in questi anni con quattro diversi strumenti di supporto, il quinto pare purtroppo che non vedrà la luce”. Pertanto, in un’ottica di larga scala, i segnali sono ritenuti positivi. “Fatta salva”, puntualizza Rovera, “la classica problematica italiana di cambi repentini nelle date di apertura e chiusura delle misure volte al sostegno di qualsivoglia comparto, caratterizzate da accelerate improvvise a cui le filiere non sono pronte e brusche frenate quando il settore si era attrezzato”. Per favorire la creazione di una filiera europea Made in EU del fotovoltaico, secondo Rovera, lo step fondamentale è la certezza normativa e l’effettiva adesione alla volontà di ricostruzione da parte di tutti gli Stati membri.

Immagine: Italia Solare
“Non può accadere, come già 10 anni fa, che l’Italia resti da sola a promuovere misure che favoriscono la manifattura europea, di cui si avvantaggiano anche tutte le industrie di altri Stati membri che non adottano analoghi provvedimenti”, specifica il consigliere dell’associazione. Da parte dell’Unione, “sono necessarie regole certe e di lungo periodo sulla creazione di un perimetro protetto in cui le aziende europee possano trovare un mercato di riferimento”.
Celle fotovoltaiche in perovskite o tandem, celle fotovoltaiche back contact e a eterogiunzione e moduli fotovoltaici con trasparenza maggiorata o controllata, utili per soluzioni agrivoltaiche o integrate architettonicamente, dovrebbero caratterizzare la produzione della componentistica solare europea nei prossimi anni, secondo Italia Solare. Su questo, dice Rovera, “le linee guida europee sono abbastanza chiare” e ha poco senso provare a competere in un “oceano rosso” di mercati già esistenti, con tanti concorrenti molto strutturati che si contendono la stessa domanda. Pertanto, bisogna puntare su innovazione di qualità, offrendo qualcosa di diverso “che alza il valore per il cliente e spesso riduce i costi, rendendo la concorrenza inizialmente irrilevante”.
Nella definizione delle regole italiane e comunitarie, “la prossima tappa è proseguire nella creazione di programmi a lunga scadenza con una pianificazione, come sembrava stesse accadendo con il DL Bollette”. Si trattava di un intervento molto interessante.
“Sarebbe stato il quinto in tal senso in Italia; era pensato a partire dal 2028 e per i successivi tre anni”. Ma, conclude Rovera, “sembra purtroppo che si farà retromarcia e si continuerà con cambi repentini come nell’ultima manovra di bilancio”.
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