Agrivoltaico in Italia ed Europa: da nicchia a sistema?

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L’agrivoltaico sta uscendo dalla dimensione di nicchia per affermarsi come uno dei terreni più promettenti dell’evoluzione fotovoltaica, ma la sua crescita richiede oggi un salto di qualità sul piano normativo, tecnico e organizzativo. È questo il quadro emerso al convegno Dual harvest, double trouble: Tackling EPC barriers in agrivoltaics design, moderato da Emiliano Bellini, News Director di pv magazine e Sergio Matalucci, caporedattore di pv magazine Italia, durante il Key – The Energy Transition Expo

Le presentazioni che hanno preceduto la tavola rotonda degli EPC hanno portato alla luce come la vera partita non sia più soltanto installare nuova potenza, ma riuscire a integrare in modo credibile e duraturo produzione energetica e attività agricola.

Se infatti il mercato mostra segnali di forte dinamismo, con l’Italia al centro di un dibattito sempre più articolato e con “voci differenti”, come è stato osservato in apertura, è altrettanto evidente che il comparto ha bisogno di standard condivisi e di un linguaggio comune tra i diversi attori della filiera.

Un mercato non più di nicchia, con un potenziale ancora enorme

A portare una visione internazionale è stato Leonard Van Walsum, Director EMEA & Americas del Global Solar Council, che ha collocato l’agrivoltaico all’interno dell’espansione globale del fotovoltaico e dello storage. “L’agrivoltaico è sempre stato un settore molto di nicchia nel campo dell’energia solare. Non è ancora mainstream, ma non è più così di nicchia come lo era in passato”. ha spiegato, sottolineando come questa tecnologia stia guadagnando spazio ben oltre i mercati costretti dalla scarsità di suolo. Il dato interessante, infatti, è che lo sviluppo dell’agrivoltaico non riguarda soltanto Paesi ad alta densità o con limitata disponibilità di terra, ma anche realtà come Brasile e California, dove il tema dell’uso duale del suolo viene affrontato in chiave di resilienza agricola, efficienza e diversificazione dei ricavi.

Secondo Van Walsum, il punto centrale è la capacità dell’agrivoltaico di “raccogliere due volte il valore della stessa superficie”, mettendo in relazione produzione elettrica e produzione agricola. In questa logica, i benefici non si esauriscono nell’energia generata, ma si estendono a sicurezza alimentare, protezione del suolo, conservazione dell’acqua, biodiversità e resilienza delle colture. La dimensione potenziale è considerevole: richiamando uno studio del Joint Research Centre europeo, il rappresentante del Global Solar Council ha ricordato che se anche solo l’1% delle terre agricole mondiali fosse impiegato per l’agrivoltaico, il potenziale installabile supererebbe i 32 TW, equivalenti a oltre 14 volte la capacità solare globale installata a fine 2024. In questo contesto, la Cina oggi guida per base installata, mentre Stati Uniti, Francia, Germania e India mostrano dinamiche di forte crescita, con Africa, Medio Oriente e America Latina ancora in una fase emergente ma ad alto potenziale.

Il nodo europeo: definizioni, incentivi e regole ancora troppo eterogenee

Se la traiettoria industriale appare chiara, sul piano regolatorio europeo la situazione resta molto più complessa. Dall’intervento del relatore di SolarPower Europe è emersa infatti una fotografia di forte frammentazione, che rende difficile costruire un mercato omogeneo e bancabile. “Oggi siamo ancora a un livello di quadro normativo frammentato in tutta l’UE”, ha osservato, mettendo in luce come l’agrivoltaico sconti ancora l’assenza di una definizione condivisa e di criteri uniformi per permessi, incentivi e compatibilità con la politica agricola comune.

Il potenziale europeo, in teoria, sarebbe tale da modificare sensibilmente il profilo di crescita del solare nel continente. A fronte dell’obiettivo UE di 750 GW entro il 2030 e del superamento recente della soglia dei 400 GW installati, l’uso di appena l’1% delle superfici agricole potrebbe portare a circa 950 GW di potenziale tecnico per l’agrisolare. Eppure, la capacità oggi effettivamente dispiegata è ancora minima, dell’ordine di pochi gigawatt. Secondo quanto riportato, il problema è che “non esiste una definizione armonizzata e chiara di agri-solare in tutta l’UE”, e questa incertezza si riflette lungo tutta la catena progettuale.

Solo alcuni Paesi dispongono di una definizione legale strutturata, mentre in altri l’agrivoltaico compare in legislazione in modo indiretto o incompleto, generando incertezza applicativa. A questo si aggiungono differenze marcate nelle discipline su uso del suolo, permitting, accesso ai pagamenti PAC, schemi di supporto dedicati e requisiti tecnici come ground coverage ratio, altezze minime, distanziamenti o obblighi di monitoraggio della produttività agricola. In sostanza, l’Europa riconosce il valore del dual use, ma non lo governa ancora con un quadro sufficientemente uniforme per accelerarne lo sviluppo.

La prospettiva degli EPC: il progetto non si ferma all’autorizzazione

A riportare il confronto sul terreno dell’implementazione concreta è stato Ronaldo Roberto, vicepresidente di Italia Solare, che ha evidenziato come il vero banco di prova dell’agrivoltaico sia la capacità di tradurre il progetto autorizzato in un’infrastruttura realmente funzionante, costruibile e gestibile nel lungo periodo. “L’agrivoltaico è molto di più che un semplice impianto solare”, è il senso del suo intervento: non si tratta solo di collocare moduli sopra un terreno agricolo, ma di governare un’infrastruttura ibrida in cui si sovrappongono logiche, tempi e responsabilità profondamente diversi.

Dal punto di vista EPC, la difficoltà principale consiste nel coordinamento tra ingegneria elettrica e agronomia. “L’agricoltura deve essere gestita da professionisti del settore agricolo. L’EPC non può improvvisare come agricoltore”, ha chiarito Roberto, sottolineando un aspetto spesso sottovalutato: la componente agricola non può essere trattata come un vincolo residuale del progetto energetico. Al contrario, richiede competenze dedicate, continuità di gestione, parametri di produttività, capacità finanziaria e in molti casi coperture assicurative specifiche.

“Spesso – ha spiegato Roberto – i contractor ricevono progetti già autorizzati ma non davvero ottimizzati per la fase esecutiva: accessi inadeguati per i mezzi agricoli, layout poco coerenti con le lavorazioni, interferenze tra cavidotti e irrigazione, prescrizioni difficili da implementare e scarso coordinamento tra progettazione elettrica e agricola”. Tutto questo si traduce in aumento di CapEx e OpEx, ritardi, redesign e perdita di prevedibilità, cioè esattamente l’opposto di ciò di cui un progetto infrastrutturale ha bisogno per essere solido e finanziabile.

Standard e competenze per trasformare il potenziale in mercato

Dal confronto tra i relatori emerge quindi una conclusione netta: la crescita dell’agrivoltaico non dipenderà solo dalla disponibilità di capitale o dal calo dei costi del fotovoltaico, ma dalla capacità del settore di costruire regole, professionalità e processi condivisi. Van Walsum ha ricordato che il Global Solar Council lancerà una task force globale dedicata all’agrivoltaico, segno del fatto che il tema è ormai entrato stabilmente nell’agenda internazionale della standardizzazione. D’altra parte, anche in Europa si rafforza l’esigenza di strumenti comuni, handbook tecnici, linee guida e tavoli di lavoro capaci di mettere in relazione energia, agricoltura, permitting e filiera industriale.

Il punto è che l’agrivoltaico, per mantenere le promesse che oggi gli vengono attribuite, deve riuscire a diventare una soluzione industriale replicabile, non una sommatoria di casi particolari. Per questo servono definizioni precise, criteri omogenei, modelli operativi chiari e una nuova cultura progettuale capace di integrare davvero i due mondi. Come è stato osservato nel corso dell’incontro, il settore ha davanti “un bellissimo futuro”, ma sarà credibile solo se il matrimonio tra sito agricolo e sito energetico saprà reggersi su basi tecniche solide. In questo senso, l’Italia dispone di un potenziale molto elevato, ma la sua reale valorizzazione passerà dalla chiarezza regolatoria, dalla qualità dei progetti e dalla possibilità di trasformare le esperienze pionieristiche in standard di mercato.

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