Comunità energetiche, obiettivo flop: la Corte dei conti UE boccia Bruxelles

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La “Relazione speciale 10/2026 – Comunità energetiche. Un potenziale ancora da sfruttare” pubblicata ieri ufficialmente dalla Corte dei conti europea sul suo sito istituzionale è frutto del lavoro della Sezione di audit “Uso sostenibile delle risorse naturali”, guidata dal membro João Leão. L’analisi si concentra su Commissione europea e quattro Stati membri – Italia, Paesi Bassi, Polonia e Romania – con lavoro di campo, focus group con comunità e verifica dei registri nazionali.

La Corte valuta se l’UE e questi Stati membri stiano creando le condizioni per sviluppare comunità energetiche in linea con gli obiettivi di neutralità climatica al 2050 e con la strategia UE per l’energia solare. La conclusione è netta: l’obiettivo politico dell’UE di avere almeno una comunità energetica rinnovabile in ogni comune oltre i 10.000 abitanti entro il 2025 è difficilmente raggiungibile e mal concepito sul piano della misurabilità e del monitoraggio.

Obiettivi e realtà

L’UE si è data un target di rinnovabili al 42,5% al 2030, partendo da circa il 25,4% nel 2024, e in passato la Commissione aveva ipotizzato che, entro il 2050, i cittadini potessero produrre fino al 50% dell’energia rinnovabile europea, anche tramite comunità. Nel concreto, però, a inizio 2025 solo il 27% dei comuni UE sopra i 10.000 abitanti disponeva di almeno una comunità energetica basata su fonti rinnovabili, con forti divari nazionali: Paesi Bassi e Danimarca sopra l’80%, Italia intorno al 3-4%.

Ancora più evidente è lo scostamento tra aspettative e realtà sulla capacità installata: la valutazione d’impatto della RED II del 2016 ipotizzava che le comunità arrivassero al 21% del fotovoltaico e al 17% dell’eolico europei al 2030, mentre stime aggiornate per i Paesi Bassi indicano un potenziale più realistico intorno al 4% per entrambe le tecnologie. Nei paesi auditati, il contributo attuale delle comunità alla capacità rinnovabile nazionale resta marginale (ordine di decimi o centesimi di punto percentuale in Italia e Polonia, con la sola eccezione olandese che supera l’1-3%).

Definizioni confuse e recepimento incompleto

Uno dei punti più critici riguarda le definizioni introdotte da RED II e Imed: comunità di energia rinnovabile e comunità energetiche dei cittadini. La Corte evidenzia sovrapposizioni e ambiguità (rinnovabili vs anche non rinnovabili, requisiti di governance, perimetro geografico), che si riflettono in attuazioni nazionali non omogenee: Paesi Bassi e Polonia hanno creato schemi propri (cooperative, cluster, concetti ibridi) che non coincidono sempre con il quadro UE.

Il recepimento delle direttive è in ritardo e incompleto: su quattro paesi, solo l’Italia risulta aver trasposto a luglio 2025 tutti gli articoli relativi alle comunità energetiche sia di RED II sia di IMED. Polonia e Romania non hanno ancora recepito pienamente RED II, mentre la Commissione ha aperto procedure d’infrazione ma non ha ancora deferito i casi alla Corte di giustizia.

L’obiettivo UE – una comunità rinnovabile per ogni comune >10.000 abitanti – nasce da un processo politico e da consultazioni, ma la Corte nota che manca qualsiasi giustificazione quantitativa trasparente sul perché sia stato fissato proprio quel livello. Il target è specifico e temporalmente definito, ma non è “Smart”: è difficile da misurare (non è chiaro quali soggetti includere), non è collegato né alla capacità rinnovabile installata né al numero di cittadini coinvolti, e non è stato analizzato in termini di realistica raggiungibilità.

Sul fronte monitoraggio, la Commissione usa un inventario ad hoc compilato da consulenti, che mescola comunità in senso stretto, cooperative e schemi di autoconsumo collettivo, senza indicare chiaramente quali siano “basati su fonti rinnovabili”. Né Bruxelles né gli Stati membri controllano sistematicamente il progresso verso l’obiettivo incrociando dato sulle comunità ed anagrafe dei comuni, e una prima mappatura completa è prevista solo per il 2026, oltre la scadenza del target.

Ruolo dei cittadini e famiglie vulnerabili

Il pilastro politico delle comunità è la partecipazione dal basso e la dimensione sociale, ma qui il quadro è irregolare. Solo in Olanda la gran parte delle comunità consultate ha cittadini tra i membri e una quota significativa offre benefici specifici alle famiglie vulnerabili; in Polonia prevalgono soggetti istituzionali e imprese, con scarso o nullo coinvolgimento diretto dei residenti.

Nessuno dei quattro Stati auditati impone per legge una quota minima di cittadini nelle comunità, anche se la Commissione aveva originariamente proposto soglie più rigide. Per le famiglie vulnerabili, soltanto la Romania si è dotata di una legislazione nazionale dedicata, mentre in Italia alcuni schemi di finanziamento e bandi regionali iniziano a premiare i progetti che includono nuclei in povertà energetica.

Ostacoli pratici: burocrazia, connessioni di rete e storage

Il report documenta una serie di barriere operative che chi lavora sul campo conosce bene: complessità amministrativa, frammentazione delle norme nazionali, carenza di sportelli unici realmente efficaci. Nei Paesi Bassi l’ecosistema di supporto è maturo (organizzazioni come Hier ed Energie Samen forniscono formazione, modelli e servizi), mentre in Italia e Polonia le informazioni sono giudicate spesso troppo tecniche o difficili da usare senza consulenti specializzati.

Sul versante rete, i tempi di connessione per gli impianti delle comunità possono arrivare a tre anni in aree olandesi congestionate e a dieci mesi in Polonia, contro standard regolatori teoricamente molto più brevi. Anche in Italia i DSO dovrebbero dare priorità alle rinnovabili con tempi stretti sulla carta, ma la media reale di connessione per un grande distributore è intorno ai 100-150 giorni, secondo le testimonianze raccolte.

La Corte sottolinea, in linea con la letteratura scientifica, che proprio le comunità potrebbero contribuire ad alleggerire la congestione, se abbinate a servizi di flessibilità come gestione della domanda, spostamento dei carichi e soprattutto sistemi di accumulo. Tuttavia mancano incentivi mirati allo storage nelle comunità energetiche: i segnali normativi europei vanno in quella direzione, ma non sono ancora tradotti in schemi di sostegno specifici nei paesi auditati.

Incentivi economici e tempi di payback

Sul piano economico, la buona notizia è che in Italia, nei Paesi Bassi e in Polonia i regimi di sostegno permettono, in media, tempi di ritorno dell’investimento inferiori ai dieci anni raccomandati dalla strategia UE per il solare sui tetti. Nei Paesi Bassi, ad esempio, un fondo di rotazione dedicato riduce il rischio nella fase iniziale dei progetti, risultando particolarmente efficace nell’attivare iniziative di comunità.

In Romania, al contrario, l’assenza di sovvenzioni ad hoc ostacola di fatto la nascita di nuove comunità. In tutti e quattro i paesi, i membri delle comunità non pagano oneri di rete sull’energia autoconsumata o condivisa, pur restando connessi e quindi beneficiando della rete nei momenti in cui la produzione locale non copre il fabbisogno, ma nessun governo ha ancora valutato formalmente come questo impatti sui costi per gli altri consumatori.

Raccomandazioni della Corte

La Corte formula sei raccomandazioni principali rivolte a Commissione europea e governi nazionali. Tra queste, spiccano: chiarire le forme giuridiche per permettere a condomìni e proprietari di appartamenti di accedere facilmente alla produzione e condivisione dell’energia rinnovabile; definire obiettivi Smart per le comunità energetiche e renderne l’inclusione obbligatoria nei Piani nazionali energia e clima; migliorare registri e sistemi di monitoraggio.

Altre raccomandazioni guardano agli Stati membri: realizzare e pubblicare valutazioni nazionali sugli ostacoli e il potenziale delle comunità; aggiornare e diffondere linee guida per il coinvolgimento dei cittadini e delle famiglie vulnerabili; introdurre incentivi per lo sviluppo di storage e servizi di flessibilità a livello di comunità. Le scadenze suggerite vanno tra fine 2026 e il 2027, agganciandosi alla revisione del quadro di governance dell’Unione dell’energia e al futuro pacchetto “energia dei cittadini”.

Per il settore delle rinnovabili e per l’industria solare in particolare, il messaggio è duplice: da un lato, le comunità energetiche non raggiungeranno nel breve termine il peso sistemico ipotizzato in passato (non saranno il 20% del fotovoltaico europeo al 2030), dall’altro restano un tassello strategico per l’accettabilità sociale, il coinvolgimento dei cittadini e la riduzione della povertà energetica. Il report invita dunque a ridimensionare le aspettative quantitative ma a rafforzare il supporto qualitativo, in termini di chiarezza regolatoria, infrastrutture di rete e strumenti finanziari.

Per l’Italia emerge un quadro ambivalente: Roma è avanti sul recepimento di RED II e Imed. Grazie anche al GSE e alcune regioni, sta creando un set di incentivi che in pochi mesi ha fatto crescere le configurazioni di autoconsumo e comunità dell’80% nel primo semestre 2025. Allo stesso tempo, il paese non ha ancora una valutazione completa degli ostacoli e del potenziale, il supporto operativo è percepito come tecnicamente complesso, e il coinvolgimento strutturale di famiglie vulnerabili e cittadini resta più affidato a incentivi selettivi che a un disegno organico.

In termini di agenda politica ed industriale, la relazione della Corte rende probabile una revisione dell’obiettivo UE sulle comunità energetiche e un maggiore allineamento tra strategie rinnovabili, pianificazione di rete e politiche sociali, con impatti diretti su progettazione, finanza e modelli di business di EPC, utility e cooperative energetiche. Per operatori e amministrazioni locali, il segnale è chiaro: il tempo della “sperimentazione di nicchia” sta finendo, ma per portare le comunità energetiche a scala serve un salto di qualità su definizioni giuridiche, procedure autorizzative, accumulo e governance partecipativa.

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