Transizione 5.0, due punti di vista sulla conversione del decreto Fiscale: positivo, ma problematico

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Germana Cassar e Felice Lucia sono d’accordo sul fatto che il punto più rilevante della legge n. 88/2026, che converte il Decreto Fiscale (D.L. n. 38/2026), è il sostanziale ripensamento sulla Transizione 5.0.

Secondo Felice Lucia, ingegnere esperto di fotovoltaico, la conversione del D.L. 38/2026 nella Legge 88/2026 chiude la vicenda degli “esodati” di Transizione 5.0 con un atterraggio ragionevole: 89,77% del credito atteso su beni 4.0  (plafond 1.302,3 milioni, tetto Eurostat per non far scattare l’iscrizione nei conti pubblici). Lucia poi sottolinea che il nuovo comma 3-bis introduce il contributo Mimit al 100% per fotovoltaico, accumuli e certificazioni, pari a 197,7 milioni sul triennio.

“Il Piano torna a 4,25 miliardi contro un fabbisogno di circa 4,40 miliardi. Va riconosciuto al Governo di aver corretto la rotta in otto giorni dopo il tavolo del 1° aprile e di aver detassato il contributo in conversione”, ha detto Lucia, aggiungendo che la correzione non cancella la lezione. “Il D.L. 38 del 27 marzo — 35%, 537 milioni, fotovoltaico Enea escluso ex post — ha rotto l’affidamento di imprese che avevano già firmato ordini e pagato acconti su regole diverse. La Legge 88 ricuce, ma il premio per rischio normativo resta: chi sviluppa progetti FER per autoconsumo industriale oggi sconta Wacc più alti e time-to-FID più lunghi”.

Cassar, partner di DLA Piper, è d’accordo. Sottolinea che la criticità principale è sistemica: misure industriali di questa portata dovrebbero garantire stabilità, semplicità applicativa e certezza ex ante, altrimenti rischiano di frenare proprio quegli investimenti che intendono incentivare.

“Le critiche di Confindustria erano fondate, perché il taglio originario incideva su investimenti già avviati facendo affidamento su un quadro agevolativo diverso. La correzione del Mimit ha certamente ridotto il problema, ma resta la sensazione di una misura gestita con eccessiva instabilità regolatoria. Lo schema Transizione 5.0 resta positivo nella finalità, perché collega digitalizzazione, efficienza energetica e decarbonizzazione dei processi produttivi. Tuttavia è ancora percepito dalle imprese come complesso, procedimentalizzato e poco prevedibile, soprattutto per tempi GSE, oneri documentali, certificazioni, cumulo con altre agevolazioni e certezza delle risorse”, ha detto Cassar.

La partner di DLA Piper sottolinea poi che il ripensamento sulla Transizione 5.0 ha portato all’inclusione della formazione del personale all’interno del meccanismo stesso.

Criticità e necessità di ulteriori correzioni

Secondo Lucia, la criticità più seria è il termine perentorio del 31 dicembre 2026 per compensare in F24 il credito esodati.

“È un divieto di riporto del credito residuo inedito nella storia ventennale degli incentivi 4.0/5.0: un’impresa capiente lo assorbe; una PMI con margini compressi o imposte limitate ne perde una quota. Senza possibilità di riporto l’incentivo diventa selettivo e perde neutralità. Va corretto, in Legge di Bilancio o con emendamento dedicato”, ha detto l’ingegnere.

Il secondo nodo, secondo Lucia, è il comma 3-bis. Il recupero di FV, BESS e certificazioni è positivo, ma il contributo è in regime di aiuti di Stato e oggi esiste solo finché manca il decreto attuativo.

“Per un finanziatore il diritto riconosciuto non basta: servono tempi, procedura e certezza di erogazione. Altrimenti il beneficio non entra nei modelli di cassa e non migliora la bancabilità. Guardando avanti, il punto più interessante del nuovo schema 5.0/iperammortamento 2026-2028 è il cambio di logica: non si paga più il megawatt installato, si paga il kilowattora effettivamente autoconsumato e integrato nel processo produttivo. Il vincolo del 105% di producibilità sul fabbisogno annuo, i tetti di costo €/kW (840-1.500, 420 per impianti ≤ 20 kWp), i requisiti sui moduli ad alta efficienza UE (celle ≥ 23,5%, HJT/tandem ≥ 24%) e l’ammissibilità degli accumuli solo se asserviti a nuovi impianti spingono verso progetti bilanciati. FV, BESS e energy management vanno progettati insieme”.

Lucia fornisce poi un esempio. Su 1 milione di Capex, l’iperammortamento al 180% porta la base fiscale deducibile a 2,8 milioni, con extra-deducibile di 1,8 milioni: con Ires al 24% sono circa 432 mila euro di minor imposta, distribuiti però sul periodo di ammortamento fiscale del bene.

“Sulla carta vale 432.000 euro; in cassa, attualizzato al 10% e ricordando che Irap non è agevolata, il beneficio reale scende sensibilmente. È qui che si misura la differenza tra incentivo nominale e incentivo bancabile, e per le PMI a margini compressi il divario è il più ampio”.

Operativamente, un impianto fotovoltaico stand-alone sopra una certa taglia è oggi subottimale, sottolinea Lucia.

“Nelle ore centrali il valore dell’energia immessa si comprime, e il vero beneficio nasce dall’autoconsumo orario, dal peak shaving, dalla riduzione dei prelievi in fascia cara e dalla flessibilità futura sui mercati MSD/Uvam, demand response e, dove abilitato, autoconsumo a distanza ex D.Lgs. 199/2021 e CER. Per questo Transizione 5.0 va letta meno come incentivo fiscale e più come architettura energetica d’impresa. La frontiera competitiva del manifatturiero italiano non passa dal decimale del credito d’imposta, ma dall’integrazione verticale tra efficienza di processo, FV ad alta efficienza, BESS dietro il contatore, EMS, gestione dinamica della domanda”.

In sintesi, Lucia spiega che chi userà Transizione 5.0 per costruire una piattaforma integrata PV+BESS+EMS ridurrà strutturalmente il costo dell’energia; chi inseguirà invece soltanto il credito d’imposta perderà la parte più importante della misura.

Adesso il settore, dice Lucia, deve lavorare per promuovere alcuni cambiamenti.

“Restano correzioni necessarie: rimozione o attenuazione del termine 31/12/2026, decreto attuativo rapido sul comma 3-bis, estensione del Made in Europe oltre i moduli — anche a inverter e BESS, con sezione dedicata del registro Enea. In un contesto in cui la Commissione si prepara a misure sugli inverter cinesi, è strategicamente miope agevolare sistemi in cui solo il modulo è europeo mentre cervello (inverter) e cuore (BESS) restano extra-UE”, ha detto Lucia.

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