Articolo presente nell’edizione speciale Key Rimini 2026
Secondo i dati cumulati sulle Cacer in esercizio, divulgati sul sito del monitoraggio Pniec, al 31 gennaio 2026 in Italia risultano attive 1.839 configurazioni di Comunità energetiche rinnovabili (CER), per una potenza complessiva installata pari a 178,3 MW. Gli aderenti complessivi sono 18.366 e, sul piano tecnologico, il fotovoltaico domina quasi esclusivamente: si contano solo due impianti eolici. Ne hanno quindi fatta di strada le CER da quando, nel 2020, a Magliano d’Alpi (Cuneo) prese forma la prima configurazione italiana. Da allora il panorama si è progressivamente animato, eppure siamo solo all’inizio e c’è ancora molto da fare.
pv magazine Italia ne ha parlato con Chiara Brogi, vicepresidente di ènostra, Annalisa Rizzo, responsabile del comparto CER della stessa cooperativa, e Silvia Chiassai Martini, presidente della Fondazione CER. Tutte convergono su un punto chiave: molto è stato fatto, ma il meglio deve ancora venire. I target fissati, in termini di diffusione, partecipazione e impatto reale sul sistema energetico, sono ancora lontani e il divario tra potenziale e realtà impone un’accelerazione che non può più attendere.
Tra ambizione e realtà
Silvia Chiassai Martini avverte che il vero banco di prova arriverà tra il 2026 e il 2028. “Solo allora capiremo quante delle comunità oggi ‘sulla carta’ saranno realmente operative, con impianti realizzati, scambi energetici significativi e benefici tangibili per i membri”. ènostra, dal suo osservatorio, sottolinea che il ritardo non è solo quantitativo, ma strutturale. “La maggior parte delle configurazioni oggi attive si ferma sotto i 20 kW per impianto, nonostante la normativa permetta potenze fino a 1 MW: questo racconta un modello ancora molto frammentato, che fatica a raggiungere la scala necessaria per essere davvero trasformativo”. Chiassai Martini richiama l’attenzione sul tema della sostanza: “Una CER che dispone di pochi kilowatt, è certamente un primo passo, ma non può essere considerata una comunità energetica pienamente funzionante e strutturata”.
Brogi e Rizzo confermano la stessa dinamica con i dati: “Oggi contiamo moltissime comunità di piccola taglia, con una media di poco superiore ai dieci membri per configurazione, che rappresenta il perimetro minimo entro cui avviene la condivisione dell’energia”. Anche la distribuzione geografica delle CER italiane mostra una marcata disomogeneità, con diversi territori ancora molto lontani dalle aspettative. In testa per numero di iniziative e dinamismo si collocano Piemonte e Veneto, affiancati da regioni come Lombardia e Lazio, mentre nel Mezzogiorno, ad esclusione della Sicilia, le esperienze restano davvero molto limitate.
Tra guida pubblica e iniziativa privata
La maggior parte delle CER presenta una matrice pubblica, anche in virtù della struttura dei bandi regionali, spesso a fondo perduto. Come spiega Brogi, “nella fase iniziale il ruolo del settore pubblico è stato determinante per dare solidità a un modello ancora sperimentale”. Con il tempo, la pubblica amministrazione è passata da promotore a soggetto attivatore; una partecipazione diretta che, all’interno delle CER, si traduce però in un inevitabile allungamento dei tempi di attivazione e in una maggiore complessità procedurale.
“Le iniziative private faticano a essere competitive – osserva Chiassai Martini – perché i costi di gestione sono più elevati e la finalità di business, pur legittima, risulta meno allineata alla logica mutualistica che caratterizza molte iniziative a guida pubblica”. Da parte sua, ènostra mette l’accento su un altro elemento trasversale: “La dimensione dei progetti non dipende tanto dalla natura pubblica o privata del promotore, quanto dal contesto territoriale e dalla presenza di un soggetto capace di svolgere un ruolo di leadership, più o meno carismatica”.
La spinta dal basso, per esempio, alimenta modelli con una maggiore capacità di ingaggio. Come osserva Rizzo, si tratta però di iniziative che “si scontrano con limiti evidenti: burocrazia, complessità normativa e ridotta capacità di investimento rendono difficile sostenere progetti completamente autonomi”. Al contrario, le CER promosse dall’alto riescono generalmente a governare meglio questi aspetti, ma spesso faticano a costruire un coinvolgimento autentico della comunità, sottovalutando il ruolo dell’alfabetizzazione energetica. In questo scenario, la digitalizzazione rappresenta un fattore abilitante trasversale, anche se con maggiori difficoltà nelle aree rurali.
“Manca una vera divulgazione di massa – evidenzia in continuum Chiassai Martini – capace di raggiungere cittadini, famiglie e piccole imprese. Molti non sanno nemmeno cosa sia una CER, neppure che un singolo cittadino può essere promotore del cambiamento. Inoltre, le CER non sono solo un affare per enti locali e cittadini organizzati: le imprese potrebbero giocare un ruolo di acceleratore”. Le grandi aziende hanno tetti e superfici che permettono impianti fotovoltaici di grande taglia e una platea di dipendenti che può diventare una comunità energetica, con un impatto economico immediato e un effetto culturale profondo. Il quadro non è certo affollato, ma alcune imprese in Italia sono già operative con una dinamica che si regge su autoconsumo industriale, surplus come “moneta sociale” da trasformare in benefit economico per i lavoratori e la presenza di un partner energetico.
Il freno invisibile della burocrazia
Le CER a guida pubblica tendono a privilegiare forme giuridiche tutelanti per il pubblico, ma anche più complesse, come la fondazione di partecipazione: un tipo di soggetto che deve sottostare alle procedure di evidenza pubblica, proprio come una PA. Gli operatori del settore son tutti d’accordo sul fatto che la complessità procedurale sia uno tra i principali incriminati sul banco degli imputati. “Quello delle CER è un modello che stiamo ancora costruendo ‘mentre lo percorriamo’ – spiega Chiassai Martini – e questo significa tempi lunghi, molte incertezze interpretative e la necessità di competenze specialistiche che non tutti i territori hanno a disposizione”. ènostra, che accompagna decine di configurazioni sul territorio, conferma che il nodo non è solo normativo, ma operativo. “La complessità burocratica resta uno dei principali fattori di rallentamento.
Nell’ultimo anno, infatti, piuttosto che crearne di nuove è crescente la scelta di aggregarsi a comunità già esistenti, proprio per superare la difficoltà di raggiungere la sostenibilità economica dei progetti”. In tema di difficoltà generate top-down, la rimodulazione e riallocazione delle risorse Pnrr ha sottratto circa un miliardo di euro ai fondi per le CER; tuttavia, nel momento in cui stiamo scrivendo questo articolo, la bozza di un nuovo decreto-legge Pnrr uscita a gennaio 2026 prevedeva aiuti per 795,5 milioni.
Brogi e Rizzo non hanno dubbi: “Serve un quadro normativo stabile e risorse stanziate su un orizzonte temporale coerente con la maturazione di questi progetti, che presentano tempi fisiologicamente più lunghi rispetto alla realizzazione di un singolo impianto fotovoltaico. Dopo la riduzione di novembre, vediamo la volontà di assegnazione di nuove risorse Pnrr come un positivo segnale che riconosce e conferma alle comunità un ruolo strategico. Al contempo, però, l’intermittenza delle misure incentivanti amplifica l’incertezza del contesto in cui ci si trova ad operare”. Le tre esperte lo dicono in coro: la difficoltà di gestione delle misure hanno esposto al rischio di non riuscire a realizzare gli impianti, con comunità formalmente costituite, ma prive di operatività, con la conseguenza di frustrazione e sfiducia verso il modello.
CER e Bess. A che punto siamo?
Ad oggi non esiste un database ufficiale che quantifichi la diffusione dei sistemi di accumulo all’interno delle CER, ma Brogi, Rizzi e Chiassai Martini affermano che questa tecnologia è una frontiera ancora poco esplorata in tale contesto, seppur decisiva per aumentare la quota di energia condivisa e valorizzare meglio la produzione rinnovabile degli impianti incentivati. I Bess si delineano quindi come una delle principali sfide future per le comunità anche quando il meccanismo di incentivazione attualmente previsto sarà superato. “Dal nostro osservatorio – afferma ènostra – le iniziative che integrano storage sono ancora poche, principalmente a causa dei costi, ma soprattutto a causa di una cornice normativa non ancora pienamente definita.
Siamo ancora in attesa, infatti, dell’aggiornamento delle Regole Operative per l’attuazione delle disposizioni relative all’integrazione di sistemi di accumulo di energia elettrica nel sistema elettrico nazionale”. In prospettiva, i sistemi di storage saranno fondamentali anche per permettere alle CER di fornire servizi di flessibilità, evolvendo verso il ruolo di Balancing Service Provider. Chiassai Martini guarda oltre la scala del singolo impianto: “Una possibile svolta potrebbe arrivare da sistemi di accumulo a livello di cabina primaria. Permetterebbero di immagazzinare l’energia non autoconsumata e migliorare il bilanciamento della rete, ma è uno scenario sostenibile solo se il ministero metterà in campo incentivi o cofinanziamenti specifici”.
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